Nel Meclemburgo i cristiano-democratici restano fuori dal parlamento regionale per la prima volta nella storia. Il cancelliere ammette: «È un disastro». Ma non si dimette
Un solo numero basta a raccontare la domenica elettorale tedesca: 4,9. È la percentuale della CDU, il partito del cancelliere Friedrich Merz, nel Meclemburgo-Pomerania Anteriore. Un decimale sotto la soglia del 5%. Un decimale che vale una pagina di storia: per la prima volta dalla nascita della Repubblica Federale, il partito di Adenauer e di Kohl non avrà neppure un seggio in un parlamento regionale. Il precedente record negativo risaliva a Brema nel 1951, con il 9%. Stavolta la CDU ha fatto peggio della metà.
Nel Land del nord-est, terra di laghi, campagne e cantieri navali, a vincere è stata l’Alternative für Deutschland. Il partito di estrema destra guidato localmente da Leif-Erik Holm ha raggiunto il 38,2%, più del doppio del 16,7% di cinque anni fa. Per la prima volta supera la SPD della governatrice Manuela Schwesig, che però tiene meglio del previsto e si ferma al 35,5%. Alle urne sono andati quasi otto elettori su dieci, il 78,1%: una mobilitazione che non si vedeva da anni.
Poche centinaia di chilometri più a sud, Berlino ha scelto la strada contraria. La Linke, la sinistra radicale, vince per la prima volta le elezioni della città-Stato con il 25,7%. È il miglior risultato della sua storia. Alla guida c’è Elif Eralp, giurista, che ha puntato tutto su un tema: la casa. Dopo dieci anni di affitti in salita, la sua proposta di controllo dei canoni e di intervento sui grandi gruppi immobiliari ha fatto breccia, soprattutto tra i giovani.
La CDU del sindaco uscente crolla al 18,8%, quasi dieci punti in meno rispetto al 2023. L’AfD sale al 16,3% e si piazza terza anche nella metropoli cosmopolita. La SPD scende al 12,1%, il suo minimo di sempre nella capitale. La coalizione tra cristiano-democratici e socialdemocratici che governava Berlino non ha più la maggioranza.
Il cancelliere non ha cercato giri di parole. «È un disastro», ha ammesso in serata. Ha spiegato che la CDU è stata «schiacciata nella polarizzazione» tra SPD e AfD. Ma sulla domanda che tutti gli rivolgevano, la risposta è stata netta: nessuna dimissione. Merz ha promesso di andare avanti con l’agenda di riforme del suo governo.

Fonte: Corriere della Sera
Dall’altra parte, Alice Weidel ha rivendicato la vittoria senza mezze misure. Ha definito l’AfD il nuovo partito popolare della Germania e ha descritto il cancelliere come «fortemente danneggiato». Secondo lei, la CDU non può continuare con un leader così debole.
Qui sta il paradosso. L’AfD è il primo partito nel Meclemburgo, ma difficilmente governerà. Nessuna forza è disposta ad allearsi con lei: è il cosiddetto “cordone sanitario”. Con 32 seggi su 71 non ha la maggioranza. SPD, Linke e Verdi insieme arrivano invece a 39 seggi, abbastanza per un governo rosso-rosso-verde. Anche a Berlino i numeri indicano un’intesa a sinistra guidata dalla Linke.
Il risultato quindi fa notizia, ma non cambia chi comanda. A livello nazionale, però, il quadro cambia eccome. Il voto arriva due settimane dopo il 44% dell’AfD in Sassonia-Anhalt. E consegna l’immagine di un centro che si svuota.
Perché i tedeschi abbandonano i partiti tradizionali? Le letture non coincidono, e ognuna coglie una parte del quadro. C’è chi indica l’economia ferma, il caro vita e il peso delle bollette. C’è chi punta su immigrazione e sicurezza, temi su cui l’AfD ha costruito il suo consenso a Est. A Berlino, invece, il motore è stato la crisi abitativa.

Fonte: Euronews.com
Una parte dell’elettorato, e soprattutto l’AfD, contesta la linea del governo sulla Russia. Chiede di ridurre il sostegno militare all’Ucraina e di tornare al gas russo, sostenendo che l’attuale politica espone il Paese a un’escalation. Governo e partiti di maggioranza respingono questa lettura: per loro l’aiuto a Kiev è una scelta di sicurezza per l’Europa. Sullo sfondo c’è un sentimento che molti osservatori descrivono da anni: nell’ex Germania Est molti elettori sentono le decisioni di Berlino e di Bruxelles come lontane dalla loro vita quotidiana. Merz stesso, del resto, ha letto la sconfitta come effetto della polarizzazione, più che come bocciatura di singole misure.
Il cancelliere ha scelto di resistere. Ma dentro la CDU la domanda ormai circola apertamente: quanto può reggere un leader che, a sedici mesi dal suo insediamento, vede il suo partito cancellato da un parlamento regionale?
La risposta non arriverà domani. Ma dal Baltico alla Sprea, gli elettori tedeschi hanno lanciato due messaggi opposti. Entrambi dicono la stessa cosa: il centro non basta più.
Federico Viola