Quale sarà il futuro dell’accordo lungamente atteso e cosa ci insegna?

Sembrerebbe che si sia arrivati alla fine di un capitolo della guerra che ha visto coinvolti gli Stati Uniti (con l’appoggio di Israele) da una parte e la Repubblica islamica dell’Iran dall’altra. Questo sebbene la sigla dell’accordo dovrà poi essere seguita da un periodo di sessanta giorni prorogabili, come dichiarato da Trump stesso, utile al raggiungimento dell’accordo definitivo comprensivo di tutte le condizioni precise, delle decisioni sui punti più sensibili.

Moltissime questioni sembrano infatti tutte ancora da determinare esattamente, partire dalla questione nucleare, con la sorte delle riserve di uranio arricchito, il futuro dello stretto di Hormuz e delle sanzioni e dei fondi congelati che Teheran possiede in quei paesi che hanno proceduto al blocco dei fondi. Il tragicomico braccio di ferro fra il regime degli Ayatollah e l’amministrazione Trump, costellata di veri e propri numeri da cabaret e intrecci da vaudeville, sembrerebbe essere pronto a stemperarsi verso una più sobria trattativa diplomatica in cui i due soggetti, pur continuando a guardarsi in cagnesco e a scambiarsi offese ed epiteti tratti dall’aggettivazione in uso nel libro dell’apocalisse per descrivere le creature teriomorfe e altre figure simboliche malvagie che ivi compaiono, cedono al principio di realtà e sollevano la finzione a cui avevano dato mostra di credere, secondo la quale l’altra parte sarebbe stata una formazione cancerosa che sarebbe stato possibile, anzi assolutamente necessario, rimuovere o quasi completamente neutralizzare e umiliare.

Fonte: Open

Per quanto entrambi i soggetti continueranno a propalare l’idea di aver umiliato l’avversario, vincendo la guerra in maniera schiacciate, riportando un trionfo epocale, tale da strabiliare le generazioni future e da ridimensionare quelli conseguiti dalle generazioni passate, è estremamente probabile che, di fatto, con le loro azioni diplomatiche, con il necessario parlamentare e contrattare che dovrebbe scandire la fase successiva, procedano a riconoscere sempre maggiore dignità all’altra parte, per lo meno prima di una nuova crisi, successiva degenerazione dei rapporti e quindi possibile riacutizzarsi dello scontro e rientro in una fase calda del conflitto.

Fa certo trasecolare il ricordo delle parole che Trump usò nella notte del 28 febbraio, quando parlò di necessità assoluta del rovesciamento del sistema di potere che governa l’Iran dal 1979, ma, ancora una volta, dietro le provocazioni e le smargiassate dell’inquilino della Casa Bianca e i toni ugualmente estremi ed inflessibili utilizzati dalle figure chiave del governo di Teheran, fa capolino la realtà , quella degli equilibri politici e della mancata volontà da parte di nessun soggetto politico umano, in condizioni ordinarie, di pagare un prezzo eccessivo nello scontro che può arrivare a maturare con il nemico di turno.

Fonte: Il Post

Non v’è dubbio che da un punto di vista comunicativo, ma anche sostanziale, la guerra sia stata vinta dall’Iran, perché nonostante, il rapido azzeramento, da Trump continuamente sbandierato, della marina e dell’aviazione iraniana e il vastissimo danneggiamento della macchina militare del paese, gli Stati Uniti hanno fallito in quello che era l’obbiettivo dichiarato, per bocca dello stesso Presidente nella notte dell’attacco al paese del Golfo, ovvero un cambio di regime e una imposizione totale e unilaterale delle condizioni americane su tutte le questioni che tenevano banco già da prima del confronto bellico, che andranno invece discusse e ottenute, a fronte di concessioni, nei lunghi mesi che seguiranno all’accordo che è maturato in questi ultimi giorni.

Alberto Fioretti