Un cinema che non abbiamo ancora il coraggio di immaginare

Di The Odyssey si è già detto tutto. Che è il capolavoro definitivo di Christopher Nolan. Che è il suo film più umano. Che è il suo film più freddo. Che è un monumento alla pellicola. Che è il trionfo del grande spettacolo. E naturalmente che è una “cazzata”. Internet, del resto, è l’unico luogo dove un’opera può essere contemporaneamente un capolavoro assoluto e un fallimento epocale nel tempo di uno scroll.

Per questo una recensione, oggi, rischia di essere l’oggetto meno interessante da scrivere. Perché il vero film non è The Odyssey, il vero film è tutto quello che gli gira attorno.

Nolan ha compiuto un gesto quasi anacronistico, ha realizzato il primo lungometraggio interamente girato con cineprese IMAX 15/70, spingendo una tecnologia analogica fino al suo limite estremo, almeno fino a oggi. Una scelta artistica, prima ancora che tecnica, un’idea precisa di cinema, costruita intorno all’ossessione che il modo in cui guardiamo un’immagine sia parte integrante del racconto.

Eppure, c’è qualcosa di magnificamente paradossale. Il regista che combatte la smaterializzazione dell’immagine ha realizzato un film che gran parte del pubblico mondiale non potrà vedere nel formato per cui è stato pensato. È un po’ come incidere un disco in presa diretta con l’Orchestra della Filarmonica di Vienna e distribuirlo soltanto attraverso gli altoparlanti di un supermercato.

In Italia il paradosso diventa persino comico. Non esiste una sala IMAX 70mm capace di proiettare il film nel suo formato originale. Ci saranno ottime sale IMAX Laser, eccellenti proiezioni digitali, impianti di altissimo livello, ma il formato per cui Nolan ha costruito l’opera, semplicemente, non c’è.

Fonte: Sky TG24

Non è una tragedia, è un fatto ed è proprio qui che dovrebbe iniziare una riflessione seria sul rapporto tra industria, tecnologia e pubblico. Perché il problema non è che esistano formati differenti, il problema nasce quando tutto viene chiamato allo stesso modo.

Negli ultimi anni “IMAX” è diventata una parola ombrello. Dentro ci finisce di tutto. 1.90:1, 1.43:1, Laser, GT Laser, digitale, pellicola. È un po’ quello che è successo alla parola “4K” che a forza di usarla ovunque ha smesso di significare qualcosa., quando invece le differenze esistono.

Non per soddisfare i feticisti della scheda tecnica, ma perché ogni formato modifica il linguaggio del film. Il cinema è sempre stato questo, non è soltanto cosa racconti, ma come scegli di raccontarlo. Per questo Nolan continua a girare su pellicola mentre il resto del mondo rincorre l’intelligenza artificiale, la generazione automatica delle immagini e i set virtuali. È una posizione culturale ancora prima che estetica.

Ma attenzione perché il rischio è credere che il futuro del cinema coincida con il passato del cinema. Ed è qui che, forse, bisogna avere il coraggio di tradire persino Nolan. Infatti, negli ultimi mesi Simone D’Angelo, regista, produttore ed esperto di comunicazione commerciale, ha scritto un articolo intelligente sul cinema verticale. Un tema che molti liquidano con una risatina, come se bastasse pronunciare la parola “smartphone” per decretare la morte del linguaggio cinematografico.

È lo stesso errore che il cinema ha sempre commesso. Quando arrivò il sonoro sembrava la fine del cinema, quando arrivò il colore sembrava la fine del bianco e nero, quando arrivò la televisione sembrava la fine delle sale, quando arrivò il VHS sembrava la fine del cinema, poi toccò al DVD, allo streaming, ai social.

Il cinema è sempre sopravvissuto perché ha saputo cambiare e non perché ha saputo resistere. Allora forse la domanda non è se il cinema verticale sia cinema. La domanda è, cosa potrebbe diventare? Perché milioni di persone oggi consumano immagini in verticale per diverse ore al giorno. Fingere che questo non esista significa fare l’errore che Hollywood fece negli anni Cinquanta ignorando la televisione.

Non tutto ciò che nasce su uno smartphone è automaticamente arte, così come non tutto ciò che viene proiettato in IMAX è automaticamente grande cinema. L’industria continua a confondere il contenitore con il contenuto.

Più pixel, più nitidezza, più HDR, più fotogrammi, più marketing, come se bastasse aumentare le dimensioni dello schermo per aumentare anche le emozioni, ma Omero non aveva bisogno dell’IMAX.

Mario Camerini, nel 1954, riuscì a raccontare Ulisse senza aspect ratio 1.43:1, senza Laser GT e senza trailer che spiegassero in quale sala fosse “giusto” sedersi. Nolan, invece, dimostra una cosa diversa, che la tecnologia può ancora essere linguaggio e questa è probabilmente la lezione più importante del suo film, e non perché tutti dovrebbero girare in IMAX, ma perché ogni autore dovrebbe chiedersi quale sia il formato giusto per la propria storia.

Magari sarà il 70mm, magari sarà il Super 8, magari sarà un visore di realtà aumentata, magari, perché no, sarà proprio il verticale.

Il problema non è cambiare grammatica, il problema è smettere di averne una e forse il cinema del futuro nascerà proprio quando smetteremo di discutere se un’immagine sia abbastanza grande, abbastanza definita o abbastanza spettacolare e così ricominceremo a domandarci se sia abbastanza necessaria.

Perché The Odyssey non è importante soltanto per quello che racconta, è importante perché costringe tutti, registi, esercenti, critici e spettatori, a fare una domanda che il cinema rimanda da troppo tempo, non “qual è il formato migliore”, ma “quale esperienza vogliamo davvero difendere”.

La risposta, probabilmente, non arriverà da Nolan, ma arriverà da chi avrà il coraggio di tradirlo, come tutti i grandi maestri hanno sempre sperato facessero i loro allievi.

Alessandro Tartaglia Polcini