La vera profondità della pellicola consiste nella paura e nella natura umana dei due protagonisti che il film prova a esplorare
In Misteri dal profondo Scott Derrickson costruisce un film in cui la fantascienza e il thriller diventano soprattutto strumenti per parlare della solitudine, della paura e dell’istinto dell’essere umano di impossessarsi di ciò che non conosce. Al centro della storia ci sono due protagonisti separati da un’immensa distanza, costretti a vivere isolati e a sorvegliare un luogo oscuro e apparentemente senza fondo. È proprio questa condizione di isolamento a rappresentare uno degli aspetti più interessanti del film.
Levi e Drasa sono due persone che si trovano fisicamente lontanissime, ma allo stesso tempo incredibilmente vicine nella loro solitudine. Vivono una quotidianità fatta di silenzio, attese e regole, in un ambiente nel quale ogni contatto umano sembra quasi impossibile. Le loro torri diventano così una sorta di prigione: proteggono i protagonisti da ciò che si nasconde nella profondità, ma allo stesso tempo li separano dal resto del mondo. Il rapporto che nasce tra loro acquista quindi un significato particolare, perché rappresenta la ricerca disperata di un legame umano in un luogo nel quale sembra non esserci spazio per l’umanità. A questa solitudine contribuisce enormemente l’atmosfera del film. I colori sono cupi, freddi, quasi privi di calore, e il paesaggio appare costantemente avvolto da una sensazione di inquietudine. Non c’è quasi mai una vera percezione di sicurezza. Anche quando lo spazio sembra immenso e aperto, l’impressione è quella di trovarsi comunque intrappolati.

Fonte: Nocturno
La nebbia, l’oscurità e la profondità della gola nascondono continuamente qualcosa allo sguardo dello spettatore, alimentando una tensione che cresce proprio grazie a ciò che non viene mostrato. Derrickson lavora molto sull’attesa. Il pericolo non è sempre immediato, ma sembra essere continuamente presente. Basta un rumore, un movimento nel buio o qualcosa che appare per pochi secondi perché la tensione torni a salire. È una paura costruita più sull’incertezza che sulla spettacolarità: non sapere cosa ci sia realmente dall’altra parte rende l’ambiente ancora più minaccioso. Ma il film diventa davvero interessante quando introduce il tema dello sfruttamento. Di fronte a qualcosa di misterioso e potenzialmente pericoloso, l’uomo non sembra chiedersi soltanto come difendersi, ma anche come poterlo utilizzare. È un comportamento profondamente umano: davanti a qualcosa che non comprendiamo, proviamo a controllarlo, studiarlo e, quando possibile, trasformarlo in uno strumento a nostro vantaggio. La minaccia diventa quindi anche una metafora della nostra incapacità di accettare ciò che non possiamo dominare. Ed è qui che Misteri dal profondo smette di essere soltanto un thriller fantascientifico.
Sotto la superficie del racconto emerge una riflessione sul rapporto tra l’uomo e ciò che non riesce a comprendere. L’ignoto, infatti, non viene rappresentato soltanto come una minaccia esterna, ma come qualcosa che mette in discussione il nostro bisogno di avere sempre il controllo. Più l’essere umano cerca di conoscere e dominare ciò che si trova davanti a lui, più rischia di trasformare quella curiosità in una forma di distruzione. In questo senso, il rapporto tra Levi e Drasa assume un valore ancora più importante. La loro relazione dimostra che, di fronte alla paura e all’isolamento, ciò che può davvero permettere di sopravvivere non è il controllo, ma la capacità di fidarsi dell’altro. Il legame tra i due diventa così una risposta alla logica dello sfruttamento che attraversa il film: dove alcuni vedono soltanto una risorsa da utilizzare, loro riescono a riconoscere qualcosa che merita di essere rispettato.
Misteri dal profondo non è quindi un film che punta esclusivamente sulla tensione o sulla scoperta del mistero. Il suo elemento più interessante è proprio il modo in cui utilizza la fantascienza per parlare di qualcosa di molto umano: la paura di ciò che non conosciamo e il desiderio, spesso distruttivo, di trasformarlo in qualcosa che possiamo controllare. Derrickson costruisce così un thriller che, pur mantenendo una forte componente spettacolare e inquietante, lascia allo spettatore una domanda più profonda: davanti a ciò che non comprendiamo, siamo davvero capaci di fermarci e osservare, oppure sentiamo inevitabilmente il bisogno di possederlo?
Ed è forse proprio questa la vera profondità del film: non quella della gola che separa i due protagonisti, ma quella della paura e della natura umana che il film prova a esplorare.
Laura Maddalozzo