L’eredità di Fulvio Lucisano e quel cinema che ancora rischia
La morte di Fulvio Lucisano, scomparso a Roma il 18 agosto a 98 anni, non chiude soltanto la lunga carriera di uno dei protagonisti assoluti del cinema italiano. Chiude, almeno simbolicamente, un’epoca. Quella in cui il produttore non era necessariamente l’uomo che arrivava dopo il regista con un foglio Excel, una tabella di mercato e una riunione fissata alle 8.30, ma qualcuno capace di guardare una storia e dire: «Questa la facciamo». È una differenza non proprio secondaria.
Lucisano apparteneva a quella generazione di produttori che hanno costruito il cinema italiano attraversando praticamente tutte le stagioni, il dopoguerra, la grande commedia, il cinema d’autore, il cinema di genere, la televisione, la globalizzazione e infine l’epoca delle piattaforme. Nato a Roma il 1° agosto 1928, laureato in Giurisprudenza, cominciò a lavorare nel cinema alla fine degli anni Quaranta, passando dall’Istituto Luce e dalla produzione documentaristica. Nel 1955 arrivò il primo lungometraggio, I quattro del getto tonante. Tre anni dopo fondò la Italian International Film, la IIF, destinata a diventare una delle realtà più longeve e importanti dell’industria audiovisiva italiana.
Da quel momento Lucisano ha prodotto e distribuito centinaia di opere. Il suo catalogo racconta, meglio di qualsiasi necrologio, la sua idea di cinema, Mario Bava e il cinema di genere, Alberto Sordi, Massimo Troisi, Lina Wertmüller, Francesca Archibugi, Fausto Brizzi, fino a una generazione più recente di autori e interpreti. Ci sono Ricomincio da tre, Il tassinaro, Il grande cocomero, Ninfa plebea, Notte prima degli esami, Ex. E ci sono anche operazioni internazionali e film lontanissimi dall’idea di un cinema italiano chiuso in sé stesso. La IIF fu tra le società che aprirono con decisione la strada alle coproduzioni e alla distribuzione di cinema americano e internazionale. Insomma, Lucisano non aveva un genere preferito, aveva un mestiere preferito, produrre.

Fonte: Fortune Italia
E forse è proprio qui che la sua scomparsa pone una domanda piuttosto scomoda: dove sono finiti i produttori?
Non i produttori in senso amministrativo, naturalmente. Quelli esistono, e spesso sono bravissimi. Il problema è un altro. Dove sono finiti quegli uomini e quelle donne capaci di assumersi la responsabilità di una scelta artistica? Quelli che potevano sbagliare, certo, ma proprio per questo potevano anche avere ragione contro tutti?
Chi scrive, oltre ad essere un giornalista, è un piccolo produttore indipendente e ha sempre guardato a Lucisano, a Cristaldi, a Lombardo, a Bini con ammirazione, non perché pensasse di poter diventare come loro, sarebbe già abbastanza presuntuoso, ma perché in quella generazione c’era una cosa oggi quasi sovversiva: la passione per il cinema. Non la passione dichiarata nei comunicati stampa, quella vera, quella che ti fa leggere una sceneggiatura, innamorarti di una storia, vedere dentro un autore qualcosa che ancora non vede nessuno e decidere che vale la pena rischiare. Perché il produttore, quello vero, dovrebbe essere anche questo: un professionista del rischio.
Oggi, invece, il rischio è diventato quasi una parolaccia. Prima della sceneggiatura arriva il target, prima del regista arriva il posizionamento, prima dell’attore arriva l’analisi dei dati e prima ancora, possibilmente, una domanda: «Ma questo film a chi serve?». Domanda legittima, per carità. Il cinema costa, i bilanci esistono, gli investitori, ahinoi, hanno la curiosa abitudine di voler rivedere i propri soldi. Ma quando il bilancio diventa l’unico criterio, succede qualcosa di curioso, si finisce per produrre film sempre più prudenti per un pubblico che, nel frattempo, diventa sempre più difficile da sorprendere.
È la grande ironia del nostro tempo dove abbiamo strumenti tecnologici per raccontare qualunque cosa, piattaforme capaci di raggiungere il mondo intero, dati per analizzare ogni comportamento umano e algoritmi che probabilmente sanno più di noi su cosa guardiamo alle 23.47 di un martedì sera, eppure rischiamo di avere sempre meno persone disposte a dire: «Non lo so se funzionerà. Ma questa storia mi piace».
Lucisano apparteneva a un’altra scuola. Una scuola nella quale il produttore era anche un esploratore. Il suo lavoro consisteva nel fiutare il tempo, capire il pubblico ma anche anticiparlo. La sua forza non era soltanto quella di produrre grandi nomi già affermati, ma di riconoscere quelli che potevano diventarlo. Federica Lucisano lo ha raccontato bene dopo la morte del padre, il suo fiuto arrivava fino agli ultimi anni. Fu proprio Fulvio a leggere per primo Notte prima degli esami e a dire alla figlia, in sostanza, di non lasciarsi sfuggire quel film. Non era un dettaglio, era il mestiere. E la storia professionale delle figlie dimostra che l’eredità non è rimasta soltanto dentro una fotografia di famiglia.
Federica Lucisano è entrata nella IIF giovanissima, lavorando come segretaria di produzione e facendo esperienza accanto a registi come Franco Zeffirelli e Lina Wertmüller. Poi si è occupata di acquisizioni internazionali, seguendo titoli come Quattro matrimoni e un funerale, e nel 2003 è diventata amministratore delegato della società. È stata tra le figure produttive dietro il successo di Notte prima degli esami e ha continuato a lavorare sul cinema italiano e sulla distribuzione internazionale. Paola Lucisano ha invece sviluppato soprattutto il versante televisivo e seriale, entrando nella produzione negli anni Novanta e concentrandosi successivamente sulla fiction. Tra i suoi lavori c’è Mina Settembre, una delle serie di successo della Rai degli ultimi anni, oltre a numerose altre produzioni televisive e cinematografiche.
Oggi il passaggio generazionale è ormai compiuto. Sul sito del gruppo Federica Lucisano figura come amministratore delegato e Paola come presidente. La società controlla la IIF e continua a operare nella produzione e distribuzione cinematografica e televisiva, oltre che nella gestione delle sale. Il gruppo dichiara oltre 600 film prodotti e distribuiti nel corso della propria storia e una library di oltre 300 titoli. E qui c’è forse la parte più interessante dell’eredità di Fulvio Lucisano, non lascia soltanto un catalogo, lascia una struttura industriale capace di continuare a produrre. Federica e Paola non devono diventare Fulvio Lucisano. Sarebbe persino il modo peggiore per onorarlo. Devono fare quello che lui fece a suo tempo: interpretare il proprio presente.
Il padre aveva attraversato generi, mercati e trasformazioni tecnologiche senza smettere di essere un produttore. Le figlie hanno raccolto quel principio e lo hanno portato dentro la televisione, le piattaforme, la distribuzione contemporanea, la serialità e un mercato completamente diverso da quello degli anni Sessanta o Settanta.
Questa è un’eredità professionale molto più interessante di una semplice successione. Perché il vero lascito di un produttore non è il numero di film che ha fatto, è il numero di persone che, grazie a lui, hanno potuto farne uno. E allora forse la morte di Lucisano dovrebbe farci riflettere proprio su questo. I piccoli produttori indipendenti, oggi, sono spesso quelli che continuano a leggere sceneggiature sconosciute, incontrare autori esordienti, cercare attori nuovi, mettere insieme pezzi che sulla carta sembrano non stare insieme. Sono quelli che fanno telefonate impossibili, bussano a porte chiuse e, ogni tanto, spendono energie e denaro per un film che nessun algoritmo aveva previsto. Romantici? Probabilmente. Un po’ folli? Sicuramente. Ma il cinema è nato anche da gente così.
Lucisano era un produttore di un’altra razza, non stava semplicemente dietro il cinema, stava dentro il cinema. Lo ascoltava, lo annusava, lo contraddiceva e qualche volta lo anticipava. È morto a 98 anni, dopo più di settant’anni di attività, lasciando un’industria profondamente diversa da quella in cui aveva cominciato. E forse è proprio questo il modo migliore per salutarlo, ricordare che un produttore non dovrebbe essere soltanto colui che rende possibile un film. Dovrebbe essere colui che, almeno qualche volta, ha il coraggio di renderlo possibile quando ancora non sembra possibile. Il resto sono numeri, piattaforme, target, KPI e riunioni, tutte cose necessarie, certo, ma nessuna di queste, per fortuna, si è mai innamorata di una sceneggiatura.
Buon viaggio, Fulvio, e grazie per averci ricordato che produrre cinema, prima di essere un mestiere, è una forma di ostinazione. Una splendida, testarda e spesso economicamente discutibile ostinazione. Che poi, a pensarci bene, è esattamente il genere di follia da cui nasce il cinema.
Alessandro Tartaglia Polcini
