Nel nuovo mercato del lavoro, la domanda decisiva sarà: “Che cosa sai capire, scegliere e far comprendere agli altri?”
Per anni l’orientamento universitario è stato piuttosto semplice. Se annunciavi di volerti iscrivere a ingegneria, gli adulti annuivano soddisfatti: “Avrai un futuro”. Se sceglievi lettere, partiva un silenzio rispettoso, quello che di solito precede le condoglianze. Con filosofia, poi, la domanda arrivava puntuale: “Bello, ma dopo che lavoro fai?”. Nel frattempo qualcuno controllava discretamente se in famiglia ci fosse almeno un immobile da ereditare.
Oggi il copione sta cambiando e il motivo è concreto: l’intelligenza artificiale sa già eseguire, in pochi secondi, una quantità impressionante di compiti tecnici. Scrive codice, analizza dati, prepara tabelle, riassume documenti e propone soluzioni. Non possiede davvero “tutte le conoscenze da ingegnere” e può sbagliare con grande sicurezza, ma ha reso molte conoscenze specialistiche più accessibili e meno rare. Quando tutti possono arrivare al colloquio con una presentazione perfetta, un curriculum lucidato dall’algoritmo e una risposta impeccabile alla domanda “dove ti vedi tra cinque anni?”, la selezione si sposta altrove. Il problema non è più soltanto sapere fare una cosa, ma capire quale cosa valga la pena fare, spiegarla agli altri, accorgersi quando il computer sta dicendo una sciocchezza e, dettaglio non trascurabile, riuscire a lavorare con esseri umani veri.
I dati vanno in questa direzione. Il Future of Jobs Report 2025 del World Economic Forum stima che entro il 2030 cambierà il 39 per cento delle competenze oggi richieste sul lavoro. Accanto alle abilità tecnologiche, tra quelle considerate centrali compaiono pensiero analitico e creativo, resilienza, flessibilità, leadership, curiosità e apprendimento continuo. In Italia, le schede del Sistema Informativo Excelsior di Unioncamere mostrano con notevole regolarità quanto le imprese attribuiscano valore a problem solving, autonomia, lavoro di gruppo e capacità di adattamento.
Ed ecco la rivincita degli umanisti. Chi ha trascorso anni a interpretare un testo oscuro, sostenere una tesi senza inventare le fonti, riconoscere una contraddizione e spiegare un concetto complesso a un professore non sempre benevolo potrebbe aver svolto, senza saperlo, un lungo corso di preparazione al lavoro nell’era dell’IA. Anche la letteratura torna utile: dopo trecento pagine di romanzo russo, una riunione aziendale di novanta minuti appare quasi agile.

Fonte: EduNews24
Nelle imprese tecnologiche servono infatti persone capaci di trasformare un risultato tecnico in una decisione comprensibile, discutere gli effetti etici di un sistema automatico, immaginare l’esperienza di chi userà un prodotto e mediare tra ingegneri, clienti, legali e dirigenti. Uno studio pubblicato nel 2026 su Strategic HR Review individua cinque qualità umane particolarmente importanti nelle organizzazioni assistite dall’IA: intuizione maturata con l’esperienza, pensiero critico, storytelling, governo etico e intelligenza relazionale. Curiosamente, nessuna consiste nel saper fingere interesse mentre si legge una presentazione di settanta slide, anche se resta una competenza molto apprezzata.
Naturalmente non è il caso di proclamare la fine degli ingegneri. Senza competenza tecnica, l’IA rischia di diventare un collega velocissimo che non controlla mai il proprio lavoro. Il vantaggio competitivo nascerà piuttosto dall’incrocio: tecnici capaci di comunicare e comprendere il contesto; umanisti in grado di usare dati e strumenti digitali; persone che sappiano porre buone domande prima di chiedere alla macchina di fornire risposte. Anche il colloquio cambia. Le formule imparate a memoria funzionano meno, perché ormai possono essere prodotte da chiunque. Conta raccontare un errore senza trasformarlo magicamente in un successo, ascoltare davvero una domanda, sostenere un’opinione e poi modificarla davanti a un argomento migliore. Sono qualità difficili da inserire in una casella del curriculum, ma facili da riconoscere quando mancano.
Così lo studente di filosofia, un tempo destinato nell’immaginario familiare a interrogarsi sull’essere mentre serviva cappuccini, può presentarsi in una società di intelligenza artificiale e parlare di responsabilità, linguaggio, bias e conseguenze delle decisioni. Quello di lettere può aiutare un’azienda a dire qualcosa che abbia un senso e magari persino una punteggiatura. Non vanno automaticamente a ruba, sia chiaro: è prudente conoscere l’inglese, usare gli strumenti digitali e non considerare Excel una corrente artistica. Ma il loro bagaglio non è più un’elegante eccentricità.
Nel nuovo mercato del lavoro, la domanda decisiva potrebbe dunque non essere “che cosa sai?”, perché una parte della risposta è già nello smartphone. Sarà piuttosto: “Che cosa sai capire, scegliere e far comprendere agli altri?”. Dopo decenni passati a giustificare la propria laurea a ogni pranzo di famiglia, gli umanisti hanno finalmente una risposta pronta. E, per una volta, potrebbero essere gli ingegneri a dover chiedere loro come formularla.
Giulia Zappacosta
