Ogni viaggio è motivo di ricchezza e porta la nostra mente a plasmarsi in un modo così forte che nessun libro, nemmeno quello più dettagliato, potrebbe fare
Anche quest’anno l’amore per la scoperta ha spinto chi scrive a recarsi dai nostri ‘cugini d’oltralpe’ per conoscere meglio alcune zone della loro terra. Parliamo della Francia, una Nazione in cui il sottoscritto si è recato più e più volte (nove per l’esattezza) e che, sempre, ha mostrato un lato nuovo di sé.
Parigi, la Capitale ovviamente, ma anche la Provenza, la Bretagna, la Normandia, la Loira, la Savoia e, in questa torrida estate 2026 è stata la volta dell’Alsazia. Una terra che induce il viaggiatore a entrate in un mondo incantato, fiabesco potremmo dire senza ombra di smentita, e che porta in una dimensione dove tutto sembra scorrere di giorno in giorno senza attrito alcuno.
Ciò che colpisce, non appena si supera la corona Alpina, essendo stato questo un viaggio fatto in macchina, è la disciplina che i nostri ‘cugini’ hanno per le regole, almeno di carattere stradale. Il codice viene rispettato alla lettera e nessuno si permette di suonare o lampeggiare per invitare la vettura davanti a “bucare” semafori gialli tendenti al rosso o limiti di velocità che, seppur bassi, rappresentano la legge. A proposito di ciò: i famosi 30 km/h imposti dal Sindaco Gualtieri nel centro storico romano e che tanto hanno fatto discutere la cittadinanza, sono presenti in ogni realtà francese, anche di piccole dimensioni. Una similitudine che forse fa pensare più a una direttiva europea (seppur assurda) che a una levata di testa del nostro Primo Cittadino. Ma andiamo avanti.
Lungo queste strisce nere asfaltate perfettamente, tanto da avere la sensazione di guidare su una tavola da biliardo, abbiamo attraversato realtà del tutto sconosciute ai circuiti turistici come, del resto, avviene anche qui in Italia. Piccoli gioielli immersi tra le colline che, fortunatamente, hanno preservato la loro naturalezza e tranquillità.
E poi eccoci giunti nei centri alsaziani più caratteristici della zona: Mulhouse, Altkirch, Colmar. E ancora: Bergheim, Ribeauvillé, Hunawihr, Riquewihr e naturalmente Strasburgo. Il denominatore comune di tutti questi luoghi è rappresentato dalle cosiddette case “a graticcio”, tipiche costruzioni con venature in legno che si intrecciano lungo le mura frontali e laterali delle case, formando un’immaginaria rete lignea. A ornamento di ciò, fiori di tutti i colori che, come una cascata, lasciano il viandante a bocca aperta. Un’immagine che ci riconduce ai nostri piccoli borghi che ancora preservano l’amore per il bello.
Strasburgo, Capitale europea, è anch’essa una città che ha mantenuto un cuore storico di villaggio. Ed è un po’ come camminare per le vie dell’Urbe ed entrare, magicamente, nei vicoli di Trastevere dove, anche se non vi è più quell’atmosfera romanesca dei tempi delle ‘sore Lelle’, ci si dimentica di stare in una grande città e Capitale ma si è portati a credere di trovarsi in una realtà di provincia (almeno nelle primissime ore della mattina).

Nella foto: uno scorcio del centro di Strasburgo
E poi Riquewihr, considerato tra i paesini più belli e caratteristici di Francia dove i disegnatori della Walt Disney hanno trovato l’ispirazione per ambientare la storia de “La Bella e la Bestia”. Eh già, proprio quelle case, quel corso centrale e quella fontana a pochi passi dal municipio sono state le immagini riprodotte prima nel cartone animato e poi nel film. E anche qui c’è un’analogia con i nostri borghi dell’alta Italia ricchi di insegne in ferro battuto, tronchi a forma di vasi che ospitano fiori dai mille colori.

Nella foto: il corso principale di Riquewihr
Ci sarebbe ancora molto da dire per ogni realtà poc’anzi elencata ma è anche giusto non svelare troppo per far sì che la curiosità dei lettori spinga i medesimi a conoscere queste zone. Ogni viaggio è motivo di ricchezza ed è proprio la scoperta e il toccare con mano certi luoghi che porta la nostra mente a plasmarsi in un modo così forte che nessun libro, nemmeno quello più dettagliato, potrebbe fare.
Insomma, un’esperienza che ci ha fatto comprendere una volta di più come con certe popolazioni, ci siano dei punti di contatto che ci rendono diversi ma simili.
Stefano Boeris
