Una nuova produzione del Teatro Massimo Bellini che, per la temporanea chiusura del teatro, trova spazio al Metropolitan di Catania
C’è forse un’opera che più di altre permette di comprendere cosa significhi davvero la parola belcanto: I Puritani. Bellini la compose a Parigi nel 1834 per quattro interpreti straordinari – Giulia Grisi, Giovanni Battista Rubini, Antonio Tamburini e Luigi Lablache – costruendo sulle loro possibilità vocali una partitura tanto affascinante quanto difficile. Il debutto, il 24 gennaio 1835 al Théâtre-Italien, fu un trionfo. Bellini non avrebbe composto un’altra opera: morì appena otto mesi dopo, a trentaquattro anni.
Non sorprende quindi che proprio I Puritani siano stati scelti come fulcro della sesta edizione del Bellini International Context, che quest’anno guarda alla Parigi del 1835 e alla dimensione internazionale raggiunta dal compositore catanese negli ultimi mesi della sua vita. Una nuova produzione del Teatro Massimo Bellini che, per la temporanea chiusura del teatro, trova spazio al Metropolitan di Catania.
Una sistemazione certamente non semplice. L’assenza della buca costringe infatti l’orchestra a prendere posto davanti al palcoscenico, completamente visibile al pubblico. Il risultato è singolare: qualcosa che ricorda un’opera in forma di concerto, ma nella quale scene, costumi e regia mantengono integralmente la dimensione teatrale. Una soluzione nata da esigenze tecniche che finisce quasi per offrire un punto di vista privilegiato sul rapporto tra orchestra, direttore e cantanti.

Fonte: iteatridellest.com
Renato Bonajuto sceglie una regia tradizionale e lascia che siano Bellini e i suoi interpreti a occupare il centro della scena. Pochi gli elementi materiali, molto più importante il lavoro sui fondali: alle proiezioni è affidato il compito di ampliare uno spazio inevitabilmente limitato e particolarmente suggestivo risulta il richiamo alle scene create da Domenico Ferri per la prima parigina dei Puritani. I costumi di Giovanna Adelaide Giorgianni, ricchi, storicamente coerenti e realizzati con grande cura, fanno il resto, restituendo allo spettacolo quella dimensione romantica che appartiene naturalmente all’opera.
È però nelle voci che questa produzione trova la propria ragione più convincente. Jessica Pratt è un’Elvira autorevole, perfettamente a proprio agio nella scrittura belliniana. La celebre scena della follia mette in evidenza agilità, controllo e capacità di modellare la frase musicale senza trasformare il virtuosismo in puro esercizio tecnico.
Dmitry Korchak affronta Arturo con una sicurezza che impressiona. Bellini aveva scritto il ruolo per Giovanni Battista Rubini e ne aveva sfruttato possibilità vocali oggi quasi impensabili, con il celebre Fa sovracuto. Più che una curiosità per melomani, è un dato che aiuta a comprendere l’eccezionale difficoltà di una parte che rimane tra le più temute del repertorio tenorile. Korchak la sostiene con brillantezza, facilità nell’emissione e una linea di canto sempre elegante, imponendosi come uno dei protagonisti della serata.
Accanto alla coppia principale, Christian Federici disegna un Riccardo vocalmente solido, Carlo Lepore porta esperienza e autorevolezza a Giorgio e Anna Pennisi completa efficacemente il gruppo dei ruoli principali. Importante anche il contributo del Coro del Teatro Massimo Bellini, preparato da Massimo Fiocchi Malaspina, chiamato da Bellini a una presenza tutt’altro che marginale nello sviluppo dell’opera.
A tenere insieme questa complessa macchina musicale è Fabrizio Maria Carminati. La sua direzione è precisa, limpida, attenta alle voci e alla continuità del fraseggio. L’Orchestra del Bellini risponde con un suono compatto e curatissimo: in alcuni passaggi talmente nitido da avere quasi la perfezione di una registrazione, senza perdere però tensione e vitalità.
Il Metropolitan non è il Massimo Bellini e inevitabilmente impone compromesso. Ma in questa occasione il limite dello spazio non diventa un limite dello spettacolo. Anzi, l’orchestra a vista, le scene essenziali illuminate dai grandi fondali e la ricchezza dei costumi creano una cornice particolare nella quale torna a imporsi ciò che nei Puritani conta più di ogni altra cosa: la voce. E quando le voci sono queste, Bellini non ha bisogno di molto altro.
Cristina Lamacchia