Ogni volta che oggi regoliamo la pausa del tergicristallo, assistiamo senza saperlo al piccolo gesto di una grande rivincita

Ci sono oggetti che usiamo senza guardarli davvero. Il tergicristallo è uno di questi: due bracci che vanno avanti e indietro, quasi sempre ignorati finché non comincia a piovere. Eppure, dietro quella pausa regolabile che oggi sembra la cosa più naturale del mondo, si nasconde una delle più ostinate rivincite della storia industriale americana: quella di Robert Kearns, un inventore indipendente che sfidò Ford e Chrysler armato soprattutto di brevetti.

La storia comincia a Detroit nel 1962. All’epoca i tergicristalli delle automobili funzionavano essenzialmente a velocità continua: utili sotto un acquazzone, irritanti quando cadevano poche gocce. Le spazzole sfregavano sul vetro quasi asciutto con un ritmo ossessivo, mentre il conducente era costretto ad accenderle e spegnerle di continuo. Kearns, ingegnere e docente universitario, ebbe un’intuizione tanto semplice da sembrare ovvia solo dopo che qualcuno l’aveva avuta: perché il tergicristallo non poteva comportarsi come una palpebra, alternando un movimento rapido a una pausa? Non disponeva di un centro di ricerca né di una schiera di progettisti. Lavorò nel seminterrato di casa, i figli lo aiutavano a ripassare con l’inchiostro i disegni dei circuiti stampati. Realizzò un sistema elettronico basato, nella sua forma essenziale, su un transistor, un condensatore e una resistenza variabile. Il circuito consentiva alla spazzola di compiere una corsa, fermarsi e ripartire dopo un intervallo regolabile. Il primo brevetto fu depositato il 1° dicembre 1964.

Kearns si rivolse alla Ford, mostrò il prototipo montato sulla sua automobile e spiegò il funzionamento agli ingegneri dell’azienda, convinto di essere ormai vicino a un accordo. Per qualche tempo sembrò che il sogno stesse per realizzarsi. Poi la porta si chiuse. Nel 1969 Ford presentò sulle proprie vetture un tergicristallo elettronico intermittente.

Fonte: El Mundo

Qui nasce uno dei falsi miti più resistenti sui brevetti: «Non brevetto, altrimenti mi copiano». Naturalmente un brevetto rende pubblica la soluzione tecnica. Ma pubblicare non significa regalare. In cambio della descrizione dell’invenzione, lo Stato attribuisce al titolare il diritto di impedire ad altri di realizzare e commercializzare ciò che è protetto dalle rivendicazioni.

Senza quei documenti, Kearns avrebbe potuto raccontare per anni di avere avuto per primo l’intuizione. Con i brevetti in mano poteva invece chiedere a un tribunale di confrontare la tecnologia utilizzata dalle automobili con quella che aveva protetto. La differenza è tutta qui: tra avere ragione nella propria officina e possedere un diritto capace di entrare in un’aula di giustizia.

Ford sostenne che i brevetti non fossero validi e che i propri circuiti non li violassero. È la versione industriale dell’altro grande luogo comune: «Basta cambiare una virgola e il brevetto non vale più».

La causa contro Ford, iniziata nel 1978, impiegò dodici anni per arrivare al suo esito. Una giuria riconobbe la validità dei brevetti contestati e la contraffazione. Nel 1990 una seconda giuria quantificò oltre cinque milioni di dollari per una parte del periodo controverso; le parti raggiunsero poi un accordo complessivo. Contro Chrysler, Kearns arrivò persino a rappresentare sé stesso. Nel 1991 la giuria stabilì che i circuiti impiegati dall’azienda violavano diverse rivendicazioni dei suoi brevetti; il giudizio si concluse con un risarcimento superiore a 18 milioni di dollari, comprensivo di interessi e spese, confermando che anche un colosso industriale deve fare i conti con i diritti di un singolo inventore.

Fonte: L’Automobile Magazine

Sarebbe però disonesto raccontare la vicenda come una passeggiata trionfale. La battaglia assorbì denaro, energie e una parte enorme della vita di Kearns. Il brevetto non rese improvvisamente uguali le risorse del singolo e quelle delle multinazionali. Fece qualcosa di diverso e, forse, di più importante: impedì che quella sproporzione decidesse da sola chi avesse diritto a essere ascoltato. La sua non fu soltanto una vittoria economica. Fu una rivincita sociale. Da una parte c’erano aziende capaci di produrre milioni di automobili, uffici legali, laboratori e bilanci giganteschi. Dall’altra un uomo che aveva costruito il proprio dispositivo in cantina e che, per anni, venne trattato come se la sua invenzione fosse soltanto un fastidio lungo la strada del progresso.

Ogni volta che oggi regoliamo la pausa del tergicristallo, assistiamo senza saperlo al piccolo gesto di una grande rivincita. Non perché Kearns abbia impedito al mondo di usare la sua idea, ma perché riuscì a dimostrare che il progresso non appartiene automaticamente a chi possiede la fabbrica più grande. A volte nasce in un seminterrato. E un buon brevetto serve proprio a fare in modo che, quando arriva davanti ai cancelli di una multinazionale, anche il piccolo inventore abbia una voce abbastanza forte da farsi sentire.

Giulia Zappacosta