Il made in Italy alimentare è fortissimo nel marchio; può diventare ancora più forte imparando a proteggere anche l’innovazione tecnica che produce ogni giorno

Quando si parla di alimentazione non sempre si pensa che si possa arrivare a parlare di tutela della proprietà intellettuale; molti imprenditori pensano subito che una ricetta non si possa brevettare. È una convinzione troppo rigida. Nel food la brevettabilità si trova spesso in luoghi che chi sviluppa nuovi prodotti non considera nemmeno: nella combinazione degli ingredienti, nelle loro proporzioni, in una sequenza di lavorazione, nel controllo di temperatura e fermentazione, nella capacità di ottenere una particolare consistenza, di ridurre zuccheri o grassi, di aumentare la conservabilità o di raggiungere un risultato industriale prima non disponibile.

Non basta, naturalmente, che una ricetta sia particolarmente buona. Per ottenere un brevetto occorre un’invenzione tecnica nuova, non ovvia per un esperto del settore e utilizzabile industrialmente. Ma una composizione alimentare definita da determinati ingredienti e intervalli percentuali può soddisfare questi requisiti se quelle scelte producono un risultato tecnico nuovo e inventivo. Lo stesso vale per il procedimento con cui il prodotto viene preparato, trasformato, cotto, fermentato o conservato.

È qui che molte aziende potrebbero scoprire di avere già tra le mani qualcosa di brevettabile. Un caso italiano è particolarmente eloquente. In una domanda depositata da Venchi per un prodotto spalmabile a base di cioccolato e nocciole, la prima rivendicazione descrive il prodotto indicando intervalli percentuali di pasta di nocciola, zucchero, cacao in polvere, latte in polvere, olio vegetale, emulsionante e aroma naturale.

Agli occhi di un non addetto ai lavori assomiglia moltissimo a una ricetta; nel brevetto è una composizione alimentare definita tecnicamente, affiancata dal relativo procedimento produttivo. Barilla, a sua volta, ha depositato una domanda per una pasta secca a base di legumi e ha ottenuto in Europa un brevetto su una composizione per prodotti da forno a lievitazione naturale senza glutine. L’innovazione, quindi, può stare anche in un impasto e nella scelta delle materie prime, non necessariamente in un macchinario complesso.

Fonte: Geopop

Lo stesso vale per vino e birra, dove tradizione e tecnologia convivono da sempre. Caviro e Cantina Forlì Predappio hanno depositato una domanda per un procedimento di produzione di vino a basso tenore di solfiti basato, tra l’altro, sulla termomacerazione dell’uva e sull’impiego di chitosano per controllare alterazioni microbiologiche e fenomeni ossidativi. Un’altra domanda italiana, di TMCI Padovan, riguarda la produzione di bevande fermentate a basso tenore alcolico, come birra o vino, dividendo il mosto in due quantità sottoposte a condizioni diverse di fermentazione e poi miscelandole.

Anche una scelta di processo che in azienda può sembrare “solo il nostro modo di lavorare” può quindi trasformarsi in un diritto di esclusiva. Per l’Italia il tema è strategico. Federalimentare indica per il 2025 un fatturato dell’industria alimentare di 204 miliardi di euro. Nello stesso anno l’Ufficio Europeo dei Brevetti, l’EPO, ha registrato 2.067 domande europee nel settore della “food chemistry”, la chimica alimentare.

Il food è già un settore ad alta intensità di innovazione brevettuale. Il rischio per molte imprese italiane, soprattutto piccole e medie, è semmai innovare davvero e accorgersene troppo tardi, dopo avere presentato il prodotto in fiera, avviato la vendita o mostrato formulazione e procedimento a clienti e partner.

La domanda da porsi durante lo sviluppo di un nuovo alimento dovrebbe diventare abituale: abbiamo soltanto creato una variante commerciale oppure abbiamo risolto un problema tecnico? Se una nuova combinazione mantiene più a lungo la croccantezza, un impasto senza glutine lievita meglio, una lavorazione riduce gli additivi, una fermentazione consente di ottenere meno alcol senza perdere aroma o una diversa sequenza di temperature migliora stabilità e conservazione, vale la pena verificare la brevettabilità prima di divulgare il risultato.

Il made in Italy alimentare è fortissimo nel marchio, nella reputazione e nelle denominazioni; può diventare ancora più forte imparando a proteggere anche l’innovazione tecnica che produce ogni giorno. Prima di concludere che “una ricetta non si brevetta”, conviene quindi guardarla con occhi diversi: il prossimo brevetto potrebbe essere già dentro un impasto, una crema, un mosto o una vasca di fermentazione.

Giulia Zappacosta