La figura di Ben-Gvir rappresenta un elemento di frizione interna nonché una chiave per comprendere l’attuale deriva identitaria di Israele

Nel complesso mosaico della politica israeliana, pochi personaggi suscitano tanto clamore e inquietudine quanto Itamar Ben-Gvir, attuale ministro della Sicurezza Nazionale. In un governo già fortemente spostato a destra, la sua figura rappresenta un elemento di frizione interna, ma anche una chiave per comprendere l’attuale deriva securitaria e identitaria dello Stato di Israele.

Dall’estremismo marginale ai vertici del potere

Ben-Gvir è il prodotto di una parabola singolare: per anni relegato ai margini del dibattito politico, è riuscito a capitalizzare tensioni sociali, paure identitarie e un diffuso senso di minaccia per costruirsi una piattaforma di consenso solida, soprattutto tra i giovani della destra religiosa.

Il suo background parla chiaro: legato ideologicamente al movimento di Meir Kahane, fondatore del partito Kach – bandito per incitamento al razzismo – Ben-Gvir è stato a lungo noto per posizioni apertamente antiarabe e per la difesa intransigente degli insediamenti israeliani nei territori occupati. Fino a pochi anni fa era famoso per esporre in casa sua un ritratto di Baruch Goldstein, responsabile del massacro di Hebron del 1994.

Politiche che polarizzano

Da quando è entrato nel governo Netanyahu, Ben-Gvir ha promosso una linea dura sul fronte della sicurezza interna. Il suo approccio si basa sull’ampliamento dei poteri della polizia, sull’uso della forza come strumento principale di controllo e su una gestione militarizzata delle tensioni con la popolazione palestinese, in particolare a Gerusalemme Est e nei territori occupati.

Fonte: Reuters

Non sono mancate dichiarazioni provocatorie, né azioni considerate da molti una miccia pronta ad accendere nuovi focolai di violenza. La sua presenza al Monte del Tempio – luogo simbolico e ultrasensibile – è stata condannata da buona parte della comunità internazionale, che l’ha letta come una sfida alla fragile stabilità dello status quo.

Un rischio per Israele e per la regione?

Ben-Gvir è un politico che incarna, forse più di ogni altro, la tensione tra democrazia e ideologia etnica nella società israeliana contemporanea. Le sue proposte, oltre a suscitare perplessità sul piano dei diritti civili, sollevano interrogativi profondi sulla tenuta dello Stato di diritto in Israele e sulla possibilità di una convivenza futura con la popolazione palestinese. Per i suoi sostenitori, è un uomo coraggioso, capace di affrontare le minacce “senza compromessi”. Per i suoi detrattori – tra cui numerosi ex comandanti dell’esercito e della polizia – è un pericolo pubblico, un politico imprevedibile e ideologizzato che rischia di incendiare ulteriormente un contesto già al limite.

In un Medio Oriente segnato da tensioni crescenti, la figura di Itamar Ben-Gvir merita attenzione. Non solo per ciò che rappresenta, ma per le reali conseguenze che le sue scelte possono avere sul futuro della regione.

Ben-Gvir è il leader di Otzma Yehudit, il partito ultranazionalista – tradotto letteralmente come Potere Ebraico – oggi una delle forze politiche più discusse e temute all’interno del panorama israeliano.

Nato come erede diretto dell’ideologia di Meir Kahane, Otzma Yehudit si è affermato con una piattaforma dichiaratamente etno-nazionalista, centrata sulla supremazia ebraica, sull’espulsione dei “nemici interni” e sul rafforzamento della sovranità israeliana su tutta la Terra di Israele, compresa la Cisgiordania.

Fondato nel 2012, il partito è stato a lungo escluso dalla scena parlamentare per via della sua vicinanza a posizioni estremiste e razziste. Tuttavia, l’alleanza con altre forze della destra religiosa e l’abile retorica di Ben-Gvir hanno portato Otzma Yehudit alla Knesset, facendolo passare da gruppo marginale a componente chiave della coalizione di governo.

Il programma politico di Otzma Yehudit include misure radicali:

• Annessione totale della Cisgiordania, senza concessione di cittadinanza ai palestinesi residenti;

• Espulsione di cittadini arabi “sleali” dallo Stato di Israele;

• Supporto incondizionato alle forze dell’ordine e agli insediamenti illegali;

• Una visione dello Stato ebraico come entità esclusivamente ebraica, incompatibile con la convivenza civica multiculturale.

Il ruolo nella coalizione Netanyahu

Nel governo attuale, Otzma Yehudit è più che un alleato: è un ago della bilancia. La sua presenza condiziona pesantemente le politiche di sicurezza e gli equilibri interni della coalizione. Ben-Gvir, in qualità di ministro della Sicurezza Nazionale, ha ottenuto poteri senza precedenti, tra cui l’autorità sulla polizia di frontiera nei territori occupati. Questo ha suscitato forte preoccupazione sia in Israele – dove numerosi ex funzionari della sicurezza hanno parlato apertamente del rischio di deriva autoritaria – sia all’estero, dove la presenza di Otzma Yehudit nel governo ha portato a forti tensioni diplomatiche, in particolare con l’Unione Europea e gli Stati Uniti.

Otzma Yehudit rappresenta una trasformazione pericolosa della destra israeliana: dalla politica conservatrice a quella identitaria e di esclusione etnica. Il suo successo è sintomo di una società sempre più polarizzata, in cui sicurezza, identità e religione sono usate come strumenti politici per consolidare il potere.

Ben-Gvir ha portato questo partito dal confine dell’illegalità ideologica al cuore delle istituzioni israeliane. Il prezzo? Una crescente erosione dei valori democratici e una convivenza civile sempre più fragile.

Alberto Siculella