Nicola Pietrangeli: un uomo dal carattere schietto e diretto come il suo straordinario rovescio
Nicola Pietrangeli era un mito o forse era solamente un personaggio particolare. Strano perché la gente non se ne rendeva conto, eppure in lui persisteva quell’idea di sogno, una specie di illusione che ciò che faceva fosse talmente straordinario che non si poteva raggiunge. Poi dici, forse dovrei considerare le cose in modo diverso, in fondo era solo uno che giocava bene a tennis e a calcio, uno che però parlava correntemente inglese, francese italiano e russo.
Bravo anche a calcetto. A proposito, pare che il calcetto lo abbia inventato lui, o almeno la leggenda dice così. Accadde intorno alla metà degli anni Cinquanta del secolo scorso al Tennis Club Parioli; abbassò la rete di un campo da tennis e, insieme ad altri sette otto amici, si mise a giocare a pallone. La porta era fatta da due zaini, un portiere, un altro portiere e otto ragazzotti che prendevano a calci una palla in un campo piccolo e quindi divertente, facile. Non per tutti o forse sì proprio per tutti perché il calcetto, come diceva lui, è un po’ un surrogato del calcio vero. Le vittorie nei grandi tornei: Roland Garros, Roma, Montecarlo, non lo cambiarono, il calcio restò sempre il suo primo amore.

Fonte: L.M.
“Una volta perse volutamente una partita di tennis al torneo di Monte Carlo per venire a Roma a giocare la finale del Caravella.” Racconta Raffaello Ciocca, ex giocatore di calcio di serie A nel Palermo e nel Cagliari, grande amico di Nicola. Follia pura si direbbe oggi. “Ma lui era fatto così” continua Lello “pensa che negli anni Ottanta facevamo, insieme ad altri soci del Canottieri Roma, delle sfide di calcio contro la rappresentativa del Principato di Monaco, con tanto di trasferte a Monte Carlo. E con noi giocavano personaggi del calibro di Nastase e Tiriac, altri mattacchioni del tennis internazionale. Divertimento puro, grandi cene a Roma e nel Principato, ma anche tanto agonismo.”
Il severo divano in pelle del Canottieri Roma, dove siamo seduti, sembra quasi annoiato a sentire storie che conosce fin troppo bene. Era un’epoca che andava così. Gli anni Ottanta, riflesso del boom economico di un secondo dopoguerra che si stava sfilacciando, mostrava nei circoli sportivi romani, gli ultimi bagliori della ‘vita dolce’ che oggi si esprime con una malinconica ‘grande bellezza’.

Fonte: L.M.
Proprio in quegli anni avevo un ufficio ai Parioli in via Francesco D’Enza e qualche volta mi capitava di vedere Pietrangeli arrivare a bordo di una Ferrari rossa targata Principato di Monaco. Scendeva dall’auto con quella sua aria scanzonata ed elegante e si infilava velocemente in un portone. Ancora non lo conoscevo e devo ammettere che, data la reputazione che si portava appresso, pensavo andasse a incontrare chissà quale affascinante signora. “Ma quale signora.” Mi dice ridendo il buon Lello Ciocca. “Nicola ci abitava in quel palazzo e poi la Ferrari, non sai quanto lo prendevamo in giro, tant’è che dopo qualche mese l’ha data via.” “E la fama di play boy?” lo incalzo. “Beh, lui stesso diceva che stare vestito di bianco su un campo in terra rossa e vincere un po’ di tornei, alla fine qualche vantaggio te lo regala. Però credimi non era affatto uno sciupafemmine, anzi i suoi grandi amori lo hanno sempre lasciato.”
Continuiamo a parlare ed escono fuori ricordi di ogni tipo: vacanze passate in Kenya in compagnia fra l’altro di Antonello Venditti, feste eleganti, estati trascorse in Sardegna o a Ponza, partite di tennis con personaggi famosi, la partecipazione di Nicola come attore in un film di Duccio Tessari, e poi ancora incontri di calcio con nomi iconici del mondo del giornalismo e dello spettacolo come Rino Tommasi, Sandro Ciotti, Enzo Giubilo, Raimondo Vianello, Cecchi Gori. La disinvoltura con la quale frequentava Capi di Stato e persone qualunque. Grande amico di Sean Connery e Omar Sharif, di Ranieri di Monaco e del figlio Alberto al quale ha impartito i primi rudimenti del tennis. Di quella volta che Marcello Mastroianni rimase a dormire su un divano di casa sua o di quando, tornato in tarda notte a Roma dal Cile, dopo aver vinto la Coppa Davis, non sapendo dove mettere il prestigioso trofeo, se lo è portato a casa e la mattina dopo ha trovato il suo gatto che vi si era accovacciato dentro.

Fonte: L.M.
Andiamo avanti così per quasi due ore, i ricordi che evochiamo aleggiano sempre più tra le mura del grande salone del Canottieri Roma. Si è fatto tardi, un caffè e ci salutiamo. Mi trovo da solo a riflettere, quante cose ci siamo raccontate e quante, molte di più, sono dietro la vita di Nicola. Una volta con altri amici ho passato un Capodanno a casa sua, ci ha accolto con un caftano arancione e una cena anni Sessanta, per capirci pennette alla vodka, eccetera, in un salone dove erano incorniciate foto di lui con Capi di Stato, attori, musicisti, campioni di altri tempi, addirittura il Papa. Alcuni anni prima, dopo essere guarito da un brutto male, era entrato a Wimbledon e il pubblico in piedi lo aveva onorato con dieci minuti di applausi. Commovente certo, ma ancora più toccante forse il ricordo di Giovanni Malagò che racconta di quando in Sardegna hanno preso all’amo una grande ricciola che però riuscì a liberarsi. Da quel giorno Giovanni è diventato per Nicola Giovannino.
Aveva un carattere schietto e diretto che spesso infastidiva chi gli stava davanti, come il suo straordinario rovescio. Una volta mi disse che il tennis in fondo è una metafora della vita: “in campo non ti puoi nascondere, alla lunga i pregi e i difetti vengono sempre a galla.” A questo proposito mi torna in mente ciò che diceva Gianni Clerici del suo passante di rovescio: “indecifrabile”, un bel contrasto non c’è che dire. Novantadue anni sono tanti non c’è dubbio, ma poi volano, come sempre. Tuttavia, la sua innata capacità di variare il gioco, caratteristica che ha fatto di lui il tennista eccezionale che era, anche stavolta ha mischiato le carte.
Ogni suo gesto, ogni suo atto, ogni suo smash, si sono sempre conclusi con un sorriso. E, alla fine di tutto, della vita, il vero insegnamento che ci ha lasciato Nic è proprio nel sorriso scanzonato del Peter Pan che viveva in lui.
Lello Mingione