Il perturbante di Freud entra in galleria con le visioni di Claudia Bellocchi

Fin dal manifesto, un volto femminile che emerge da una natura ambigua, insieme rifugio e trappola, e dal suo titolo “La follia è donna?”, la mostra dichiara la propria cifra. Nulla è dato una volta per tutte, ogni immagine è una soglia che si apre su un altrove. Le figure di Bellocchi sembrano riconoscibili, quasi domestiche, ma bastano pochi tratti distorti, un’esplosione di colore o uno sguardo obliquo perché ciò che è vicino diventi improvvisamente estraneo. È qui che risuona il concetto di perturbante elaborato da Sigmund Freud in “Das Unheimliche, quel sentimento inquieto che nasce quando ciò che doveva restare nascosto affiora alla coscienza, incrinando la sicurezza del quotidiano.

Nei lavori esposti, questo scarto sottile tra noto e ignoto si manifesta soprattutto nei volti, dove gli sono occhi spalancati, talvolta troppo grandi, che interrogano chi guarda più di quanto non si lascino spiegare e i lineamenti, appena accennati, sembrano dissolversi nel colore, come se l’identità fosse sempre sul punto di sfaldarsi. La donna di Bellocchi non è mai ritratta in una posa rassicurante, appare invece sfranta, sdoppiata, minacciata da presenze animali o vegetali che la circondano e la attraversano. L’effetto è quello di un progressivo scivolamento perché a un primo sguardo ci crediamo di fronte a un semplice ritratto, ma presto emergono le crepe, gli eccessi cromatici, le deformazioni che trasformano l’immagine in un enigma.

Fonte: Mostra Bellocchi

Freud, nel suo celebre saggio, lega il perturbante al ritorno del rimosso, all’irruzione improvvisa di desideri, paure e fantasie infantili che la coscienza aveva cercato di censurare. Le opere di Bellocchi visualizzano proprio questo ritorno, dove dagli sfondi emergono figure indistinte, macchie di colore che sembrano metamorfosi in atto, mostri gentili che non si lasciano relegare nell’ombra. È come se il quadro fosse il luogo in cui l’inconscio prende corpo, assumendo una forma che non è mai definitiva ma continuamente cangiante. L’osservatore si scopre allora coinvolto in un gioco di identificazione e riconosce qualcosa di sé in quei volti deformati, in quelle bestie interiori, e proprio per questo ne prova inquietudine.

La scelta di inaugurare la mostra l’8 marzo, come ha sottolineato la curatrice Anna Cochetti, è nata in modo casuale, ma la coincidenza con la Giornata internazionale della donna finisce per illuminare di senso l’intero progetto espositivo. Nelle tele di Bellocchi la “follia” non è una condanna, bensì il nome, certamente provocatorio, di ciò che la società ha spesso rimosso o patologizzato nel femminile. La forza del desiderio, l’ambivalenza dei sentimenti, la capacità di tenere insieme cura e ribellione, dolcezza e furore. Le figure femminili della mostra appaiono sospese tra vulnerabilità e potenza, come se portassero sul volto le tracce di un conflitto mai pacificato con le aspettative sociali, familiari, culturali.

Procedendo lungo il percorso espositivo, si percepisce un crescendo che non è solo tematico ma anche temporale dove le opere sembrano disporsi come fotogrammi di un racconto in divenire. Dai lavori più materici, dominati da pennellate violente e colori primari, si passa via via a composizioni più stratificate, dove il segno pittorico dialoga con elaborazioni digitali, sovrapposizioni fotografiche, interventi di luce. È come se la ricerca di Bellocchi stesse transitando verso un linguaggio audiovisivo, dove i quadri, messi in sequenza, suggeriscono già un montaggio, un ritmo interno che alterna primi piani e campi lunghi, esplosioni e silenzi.

Questa tensione verso il movimento fa pensare a una futura evoluzione del lavoro dell’artista in forme di videoarte o di installazione immersiva. Ogni tela, isolata, possiede una sua compiutezza, ma vista accanto alle altre si comporta come un fotogramma che chiede di essere attraversato dal tempo, di essere animato da suoni, voci, rumori di fondo. Non è difficile immaginare questi volti femminili che si aprono al soffio del vento, che si incrinano sotto il peso di un canto lontano, che si dissolvono e ricompongono come in un montaggio mentale. Il perturbante freudiano troverebbe allora un’ulteriore declinazione e non più solo l’emersione di immagini rimosse, ma la loro traiettoria nel tempo, il loro continuo oscillare fra apparizione e scomparsa.

In un’epoca che esige narrazioni lineari e identità sempre coerenti, la mostra di Claudia Bellocchi rivendica invece il diritto alla complessità. La domanda “La follia è donna?” non chiede una risposta univoca, ma invita a guardare più a fondo nei territori instabili dell’esperienza, là dove il familiare si tinge di ombra e l’ombra si fa, a sorpresa, familiare. È proprio in questo rovesciamento che il perturbante di Freud trova nuova vita, nelle sale della piccola galleria diventa un’esperienza condivisa, uno specchio in cui riconoscere non solo la fragilità, ma anche la resilienza segreta che abita ogni volto, ogni storia, ogni donna.

Luca Pierangelo Stadroni