Quarantaquattro anni dopo Wojtyla un Papa torna al Meeting di Rimini. Sessantamila in Fiera, poi la messa sulla spiaggia al tramonto. Un discorso che tutti citano e ciascuno legge a modo proprio
Alle tre del pomeriggio, quando Leone XIV entra nei padiglioni della Fiera, l’accoglienza è quella di uno stadio. Il Papa percorre quasi un chilometro, a piedi e in golf cart, dentro una folla che gli organizzatori stimano in sessantamila persone. A un certo punto devia dal testo preparato e prende il microfono: gli applausi più forti, dice, vanno a Gesù Cristo. È il primo segnale di una giornata in cui il registro emotivo e quello del messaggio non coincideranno quasi mai.
Non era mai successo dal 29 agosto 1982, quando Giovanni Paolo II attraversò Rimini in piena stagione balneare e celebrò messa al porto davanti a circa duecentomila persone. Quarantaquattro anni dopo, il secondo Papa della storia del Meeting per l’amicizia fra i popoli arriva in elicottero da San Marino, dove ha passato la mattina, e da Pennabilli, dove ha pranzato nel convento delle agostiniane.

Fonte: Vatican News

Fonte: Comunione e Liberazione
Il cuore del discorso nel Grand Auditorium sta in undici parole: «Prima di confini, definizioni e istituzioni ci sono sempre le persone». È la frase che nel giro di poche ore ha attraversato tutti i notiziari, spesso in una versione leggermente diversa da quella pronunciata.

Fonte: Vatican News
Attorno a quella frase, il Papa costruisce un’opposizione netta. Da una parte quello che chiama il «falso realismo», quello «che riarma le menti, le parole e le nazioni». Dall’altra il «realismo della misericordia», per il quale non possono esistere nemici. La premessa è una sola: «il male non si combatte col male».
Ne discendono richieste concrete, e non generiche: smascherare «i rapporti di potere ingiusti» che stanno alla radice di povertà, guerre e disastri ambientali; liberare «il lavoro dall’idolatria del profitto»; disarmare lo sviluppo tecnologico quando diventa pervasivo e distruttivo. Il Papa cita per esteso la propria enciclica Magnifica humanitas, pubblicata a maggio, nel passaggio sugli algoritmi e le reti globali. E ai giovani — moltissimi, in gran parte volontari — dice: «Siete segno che il futuro è una promessa, non una minaccia».
C’è anche una parte rivolta specificamente a Comunione e Liberazione, ed è quella che più spesso viene fraintesa. Leone XIV non rimprovera al movimento di essersi chiuso: constata il contrario, e cioè che il Meeting non è diventato un’enclave ma «un crocevia per la Chiesa e per la società». L’invito che segue — allargare i legami oltre ogni appartenenza troppo ristretta, custodire l’unità — nasce da lì, non da un richiamo.
Il Papa non ha mai nominato il governo italiano, né alcun leader, né alcun conflitto in corso. Questo non ha impedito a quasi tutti di trovare nel discorso una conferma delle proprie posizioni, il che è forse la notizia politica della giornata.
Il ministro Gianmarco Mazzi, unico rappresentante dell’esecutivo in auditorium, ha rivendicato la dimensione identitaria delle frontiere: i confini, ha osservato, rappresentano anche le identità, e non è realistica un’umanità senza forme definite. Maurizio Lupi, di Noi Moderati e padrone di casa al Meeting, ha parlato di intervento fortissimo e di riconoscimento alla proposta cristiana, senza raccogliere la sollecitazione sulla distanza tra quelle parole e le politiche di governo.
Sull’altro versante, Giuseppe Conte ha letto nel passaggio sul riarmo un argomento contro chi definisce guerrafondaio, e nel Partito Democratico l’area cattolica — Paolo Ciani in particolare — ha usato il discorso come strumento di critica frontale alle politiche migratorie della maggioranza.
Che un testo permetta letture opposte non significa automaticamente che sia ambiguo. Significa più probabilmente che ciascuno ha trovato la propria porta d’ingresso in un discorso costruito su categorie teologiche prima che politiche. Andrea Tornielli, direttore editoriale dei media vaticani, ha scelto nel suo commento la chiave più impegnativa, definendo quelle parole non di circostanza ma un criterio di giudizio per l’impegno sociale e politico dei laici cattolici. Davide Prosperi, presidente di CL, ha parlato di una responsabilità storica consegnata al movimento.
Il finale è stato di tutt’altra natura. Dopo la sosta in Cattedrale con anziani, malati e persone fragili, alle 18.30 il Papa ha celebrato messa sulla spianata di piazzale Boscovich, davanti al porto canale, con il quadro della Madonna della Misericordia — patrona di Rimini — portato per l’occasione sull’altare. Le stime dei presenti oscillano: Vatican News parla di oltre venticinquemila fedeli, alcune cronache locali arrivano a quarantamila.

Fonte: Altarimini
Nell’omelia il tono cambia: nessuna geopolitica, il ricordo di don Oreste Benzi, un elogio della gente di Romagna, «schietta e di indole gioviale, laboriosa e solidale», e una domanda rivolta a una città che d’estate vive di evasione — se il vero ristoro non sia piuttosto un tornare in sé. Da qui l’invito, l’unico esplicitamente rivolto al territorio: rendere questa costa accogliente non solo per il divertimento, ma anche per lo spirito.
Alla fine, con il sole basso sull’Adriatico, una folla in ciabatte e cappellini ha pregato a pochi metri dall’acqua. Esattamente come quarantaquattro anni fa, e con un ordine di grandezza in meno. È forse il dato su cui varrà la pena tornare, quando l’eco della giornata si sarà spenta: non quante persone c’erano, ma quante di quelle richieste — disarmare, smascherare, liberare — sopravvivranno alla fine dell’estate.
Federico Viola
