Dieci anni dopo il terremoto del Centro Italia il governo rivendica un’accelerazione e i numeri per dimostrarla. Sul terreno, però, il quaranta per cento della ricostruzione significa una cosa molto diversa da quella che sembra

Alle 3.36 del 24 agosto hanno suonato le campane della Torre Civica di Amatrice. È l’unico edificio restaurato nel borgo medievale: tutto il resto è ancora macerie e cantieri. Un rintocco per ciascuna delle vittime del paese, in una fiaccolata identica a quella dell’anno scorso e dell’anno prima. Nel pomeriggio è arrivata Giorgia Meloni per la deposizione della corona e la messa celebrata dal cardinale Matteo Zuppi, che dall’altare ha ringraziato le autorità presenti aggiungendo che le vere autorità, quel giorno, erano i familiari delle vittime.

Fonte: Sky TG24

Fin qui la commemorazione. Poi c’è la contabilità, ed è su quella che il decennale è diventato una discussione tecnica dagli effetti politici molto concreti.

La cifra che ha circolato ovunque è quaranta per cento. È il dato del commissariato straordinario, e nella formulazione ufficiale è corretto: quaranta per cento delle opere pubbliche «in corso o concluse». Il problema nasce quando quel numero viene letto — o titolato — come «quaranta per cento di ricostruzione completata», perché nella somma finiscono anche i lavori in fase di progettazione o di affidamento, cioè cantieri che non sono ancora cominciati.

Secondo Davide Olori, sociologo dell’Università di Bologna che coordina una ricerca sugli effetti del sisma con una quarantina tra demografi, economisti e urbanisti, il completamento reale si ferma intorno al diciotto per cento per le case private e al cinque per cento per le strutture pubbliche. Un dossier di ActionAid presentato alla vigilia dell’anniversario arriva dalla stessa direzione: due terzi delle opere contenute in quel quaranta per cento sarebbero ferme tra la fase zero e i passaggi amministrativi, e l’ottanta per cento dei soldi sarebbe stato speso prima dell’apertura dei cantieri, in progetti e studi tecnici.

Il capitolo più duro riguarda i servizi essenziali. Su 767 interventi programmati tra scuole, palestre, municipi e strutture sanitarie, 235 hanno raggiunto almeno l’avvio dei lavori e 77 sono arrivati al collaudo. Ad Amatrice, 136 cantieri pubblici su 172 non sono mai partiti.

Fonte: vigilfuoco.it

Guido Castelli, senatore di Fratelli d’Italia nominato commissario nel 2023 — il quinto in dieci anni — rivendica un cambio di ritmo che i numeri in parte confermano. Il 69 per cento dei 12,5 miliardi concessi per la ricostruzione privata è stato erogato dopo il 2023. Sul fronte pubblico il 98 per cento degli interventi risulta sbloccato. Negli ultimi tre anni 5.452 nuclei familiari sono rientrati nelle proprie abitazioni. Il tasso di spopolamento, sostiene, è sceso dallo 0,8 allo 0,3 per cento, con saldo migratorio tornato positivo.

Il metro di paragone che si è scelto è il Friuli: «Ci vollero 19 anni, e in un territorio meno esteso. Siamo a metà del lavoro». La formula che ha usato per il decennale è più impegnativa dei numeri: la ricostruzione, dice, «è un atto di giustizia verso le comunità colpite».

Restano fuori casa 8.759 famiglie: 2.200 nelle Soluzioni abitative d’emergenza, i prefabbricati che dovevano durare pochi anni, e circa 5.700 con il contributo statale per l’affitto. Tre anni fa erano oltre quattordicimila.

Fonte: Today

La cosa più interessante del decennale è che la linea di frattura non coincide con quella dei partiti. Giorgio Cortellesi, sindaco di Amatrice e di Fratelli d’Italia come il commissario, attribuisce i ritardi alla burocrazia — commissariato, ufficio regionale, Comune, Soprintendenza, un passaggio dietro l’altro — e sostiene che la ricostruzione vera sia cominciata tre anni fa, non dieci, per via delle scosse ripetute e del Covid. Michele Franchi, sindaco di Arquata del Tronto ed eletto col centrosinistra, è invece brutalmente onesto in entrambe le direzioni: «Saremmo bugiardi a dire che pensavamo di essere a questo punto», ammette, salvo indicare nelle frazioni non perimetrate i cantieri che stanno effettivamente ripartendo. Mauro Tolomei, ad Accumoli, parla di ritardi ma si aspetta dal nuovo decreto un «decollo definitivo».

Fonte: ANSA

Il decreto in questione è il 144 del 7 agosto: istituisce il «primo cratere» per Amatrice, Accumoli e Arquata, corsia preferenziale e zona franca urbana rifinanziata per il 2027 e il 2028, e archivia lo stato di emergenza il 31 dicembre 2026 sostituendolo con uno «stato della ricostruzione» che arriva fino al 2029.

Fuori dalle tabelle c’è un fenomeno che non entra in nessuna percentuale. Molte delle abitazioni ricostruite sono disabitate. In alcuni casi perché mancano acqua, luce, gas, fognature: a Grisciano, frazione di Accumoli dove la ricostruzione privata è andata più veloce che altrove, i residenti rischiano di non poter rientrare per l’assenza dei sottoservizi, e ad aprile il commissariato ha stanziato oltre mezzo milione per completarli. In altri casi perché i contributi per le case monofamiliari sono stati concessi a chiunque ne facesse domanda, senza verificare che il richiedente vivesse lì: seconde e terze case ricostruite mentre i centri storici restano a terra, con i malumori che si possono immaginare.

Poi c’è il superbonus. Molte imprese hanno lasciato i cantieri del sisma per lavori più redditizi, e quando gli incentivi sono finiti non sono tornate, perché nel frattempo i costi erano cresciuti e i finanziamenti originari non bastavano più. Altre hanno preso più commesse di quante potessero gestirne, o sono fallite.

Sonia Santarelli, presidente del comitato civico «3e36» — il nome è l’ora della scossa — ha riassunto lo stato d’animo di una parte del paese con una domanda: al primo che le parla di decennale, dice, chiede che cosa esattamente ci sarebbe da festeggiare.

Un ultimo numero, che nel dibattito di questi giorni è comparso poco. Finora sono stati concessi 12,5 miliardi per la ricostruzione privata e quasi 5 per quella pubblica. Le stime dicono che per rimettere in piedi tutto ne servirebbero almeno 28. Ne mancano quindi una decina, e nessuno ha ancora spiegato da dove arriveranno.

È qui che la discussione sul quaranta per cento smette di essere una questione di percentuali e diventa una questione politica seria. Perché se il criterio del successo è quanti cantieri sono stati aperti, il bilancio del decennale è ragionevolmente positivo. Se il criterio è quante persone sono tornate a vivere nei paesi, il conto è ancora tutto da fare — e l’unico caso davvero riuscito, a Tufo di Arquata, dove gli abitanti si sono consorziati e hanno affidato tutto a un’unica impresa, non è nato da nessuna delle cinque strutture commissariali che si sono succedute in dieci anni.

Filippo Gesualdi