Ad uno sguardo più distratto Vannacci può risultare un fenomeno nuovo. Ma non c’è nulla di più visto e scontato

Sono giorni che non si fa altro che parlare di Futuro Nazionale, e questa la dice lunga sull’assenza, o la debolezza, degli anticorpi culturali del nostro Paese.

Non si tratta di una novità, né di un fenomeno imprevedibile. Si tratta di un riposizionamento di una parte delle forze di maggioranza che, in linea con un trend europeo, prova a mantenere vivo il rapporto con destra sociale e destra estrema. Un tentativo che necessita di smarcarsi dalla realtà governativa, la cui prova evidenzia l’infattibilità di programmi e idee che restano promesse, suggestioni, manifestazioni nostalgiche. Un’operazione che invita a riproporsi come opposizione interna. La più recente testimonianza è quella di Giorgia Meloni che, durante il Governo Draghi, si è connotata come opposizione dura ed intransigente. Salvo poi ereditarne l’agenda politica. Chi la fa l’aspetti. 

Oggi Vannacci fa un’operazione dallo stile linguistico molto simile a quello già visto con il Movimento 5 Stelle, non certo nei contenuti e nel progetto, ma nelle provocazioni, nell’uso di figure retoriche. Il programma politico è inesistente e si fonda sul concetto di remigrazione.

Fonte: SkyTG24

Che ci siano problemi di sicurezza e legalità è evidente, e chi non li riconosce è parte del successo di forze che, alla prova del Governo, non hanno dato risposte coerenti con quelli che rimangono slogan. 

Perché la questione sicurezza deve passare dall’Europa e tradursi in efficienza della giustizia, riforme strutturali per le politiche civili, sociali, abitative, nel nostro Paese. Riforme utili e valide a contrastare, limitare e prevenire fenomeni, devianze, zone d’ombra. La remigrazione si fonda sull’impossibilità di tradurre nei fatti un concetto soggettivo di “assimilazione”. Sebbene oggi le politiche di integrazione si siano tradotte in semplice coesistenza, la logica dell’assimilazione, portata avanti, si baserebbe su valutazioni che giuridicamente non trovano, fortunatamente, alcuna corrispondenza né legale, né Costituzionale. Ritenere “assimilata” una cultura, significherebbe indagare sullo stile di vita di singoli cittadini. Un po come non ritenere un vero romano chi usa la pancetta per la carbonara o meno salentino chi chiama il caffè in ghiaccio con latte di mandorla “caffè leccese”.

Già Generale, privilegiato, già in pensione, il personaggio è costruito ma riproposto a tal punto che, più di nuovi interpreti ed altro consenso, Vannacci sta semplicemente travasando consenso ed imbarcando flotte di politici triti e ritriti. Un’ammucchiata più che un partito. Si rivedono gli stessi volti, stesse parole, stesse contraddizioni. Si parla di sovranismo e nazionalismo, ma riappaiono secessionisti leghisti come Borghezio, quello che neanche davanti ai terremotati d’Abruzzo si risparmiò la dottrina antimeridionale. Contraddizioni in termini, come chi riceve nel giro di poco tempo una valanga di finanziamenti, oltre 300 mila euro in 5 mesi, da costruttori, uno di questi anche condannato, da petrolieri, come da chi lui schernisce e deride politici e giornalisti con l’etichetta “influencer”. E che dire dei soldi arrivati da un consorzio nato per «organizzare ed ottimizzare l’importante flusso di lavoro generato dall’opportunità rappresentata dal Superbonus al 110 per cento». 

Un bagliore politico, quello improvviso, che spinge Vannacci alla politica, casualmente, al termine del periodo trascorso a Mosca, dove risulta che arrivi nel dicembre del 2020, nell’ultima stagione del governo Conte, già con il grado di addetto. Nel 2019 aveva ricevuto l’onorificenza di Cavaliere al merito, sempre dal governo Conte-Salvini. A Mosca frequenta i think tank. 

In questi anni un’indagine per truffa e peculato con successivo proscioglimento; l’accusa di falso in atto pubblico, archiviata; sanzione e sospensione dall’impiego per 11 mesi con stipendio dimezzato, per violazione del principio di neutralità delle Forze Armate. Sarebbe un bene, dunque, che invece di puntare camere e fotocamere, il giornalismo usasse microfoni e penne per chiedere, approfondire, conoscere programmi nel dettaglio, indagare su persone, ambiguità e incoerenza. 

Perché di fenomeni che predicano bene ne abbiamo già visti, che predicano male anche, che razzolano così miseramente pure. 

Alberto Siculella