Con la nascita di Futuro Nazionale e una crescita costante nei sondaggi, Roberto Vannacci insidia la Lega e apre una frattura dichiarata nel centrodestra di governo. Da un lato il fronte istituzionale di Giorgia Meloni e Matteo Salvini, dall’altro quello reazionario del generale: due idee della destra che si contendono lo stesso elettorato

All’Auditorium della Conciliazione, a pochi passi da San Pietro, le 1.750 poltrone sono tutte occupate, mentre stampa e telecamere restano fuori dalla sala. Dal palco, sotto un logo che accosta il tricolore al profilo del Colosseo, Roberto Vannacci saluta i suoi così: «Noi rappresentiamo lo scarto e la feccia, e siamo orgogliosi di esserlo». In Parlamento, dice, sono «una sporca dozzina»; nel Paese, «i figli di nessuno». È il battesimo pubblico di Futuro Nazionale, il partito che il generale ha fondato a febbraio, pochi giorni dopo aver lasciato la Lega, e che con questa due giorni costituente si è dato finalmente una struttura. La rivendicazione orgogliosa della marginalità — la stessa retorica da underdog usata da Giorgia Meloni agli esordi — è la cifra di un’operazione che punta dritta al cuore della maggioranza.

La parabola di Vannacci è rapida e per molti versi anomala. Generale di divisione, già comandante della Folgore e del reparto incursori Col Moschin, reduce da missioni in Somalia, nei Balcani, in Afghanistan e in Iraq, nel 2023 firma «Il mondo al contrario», un libro autopubblicato che diventa un caso editoriale e politico per le sue posizioni su immigrazione, famiglia e identità. Alle Europee del 2024 si candida con la Lega e raccoglie circa mezzo milione di preferenze, conquistando un seggio a Strasburgo e contribuendo a tenere a galla un Carroccio in affanno. Salvini lo nomina vicesegretario, scommettendo sulla sua capacità di allargare il consenso. Ma la scommessa gli si ritorce contro: invece di fondersi nel partito, Vannacci costruisce una corrente propria, organizza eventi fuori dal controllo della segreteria e prende via via le distanze. A febbraio 2026 arriva lo strappo, con l’uscita dalla Lega e l’annuncio di un soggetto tutto suo. Salvini reagisce con parole amare, richiamando l’onore, la disciplina e la lealtà che si attenderebbe da chi ha indossato una divisa, e accusando l’ex alleato di aver tradito la sua fiducia.

Fonte: Radio Popolare

La costituente di giugno serve a Vannacci per dettare la linea, e la linea è quella di una destra senza mediazioni. Sull’immigrazione il generale rilancia la «remigrazione» — il rimpatrio degli stranieri, da negoziare con accordi bilaterali con i Paesi d’origine — e propone di fissare al 4% il tetto di immigrati ammessi in Italia, con lo stop al decreto flussi e la revoca della cittadinanza a chi commette reati. «L’Italia tornerà a essere la casa degli italiani», è lo slogan. Quando gli chiedono se remigrazione significhi deportazione, non si sottrae: sì, risponde, se per deportazione si intende una «movimentazione contro la loro volontà». Sul terreno dei diritti propone di cancellare la fattispecie del femminicidio, che a suo dire «non esiste, è un omicidio come gli altri», e sostiene che un orientamento sessuale «non dovrebbe dar luogo a diritti». In economia, accanto al taglio delle tasse e alla difesa delle piccole e medie imprese, compaiono proposte che hanno fatto discutere, come l’apertura al lavoro a partire dai quattordici anni. Per i critici si tratta di un programma estremo e divisivo; per i suoi è la «vera destra», coerente e senza infingimenti. Di quanto il registro si sia spostato dà conto un dettaglio della platea: dal palco un ex deputato leghista ha salutato il pubblico con la parola «camerata», mutuata dal lessico del fascismo.

È sul terreno dei sondaggi che la sfida diventa concreta. Le rilevazioni più recenti danno Futuro Nazionale in crescita costante, in una forbice che, a seconda dell’istituto, va da circa il 3 a oltre il 5 per cento. Una rilevazione Swg colloca il partito del generale al 5,3%, esattamente alla pari con la Lega: per il Carroccio, un sorpasso solo sfiorato ma che fa rumore. L’analisi dei demoscopi è netta: Vannacci pesca consensi sia dalla Lega sia da Fratelli d’Italia, divenuta più moderata da quando guida il governo. E in un sistema in cui i due schieramenti sono separati da margini esigui, anche una manciata di voti spostati a destra può rivelarsi decisiva. Nella Lega il nervosismo è palpabile. Davanti alle sedi compaiono striscioni che invocano Luca Zaia segretario; un ministro misurato come Giancarlo Giorgetti avverte che «senza Zaia è finita». Salvini, alle prese anche con le inchieste sul Ponte sullo Stretto e sulle Olimpiadi di Milano-Cortina, prova a blindare il partito: ha congelato il consiglio federale e si appresta ad annunciare una mini-segreteria che porti dentro i governatori del Nord, con Zaia e Fedriga vicesegretari, con ogni probabilità nel ritiro estivo di inizio luglio in Veneto. Sullo sfondo si discute persino di un partito federale sul modello tedesco di Cdu e Csu, con una Lega del Nord semi-autonoma. Attilio Fontana, presidente lombardo, minimizza: certi sondaggi, dice, «lasciano il tempo che trovano», perché altri danno la Lega al 7%. Ma la pressione dei governatori settentrionali — che da tempo chiedono il ritorno al «partito dei territori» — e l’avanzata del generale convergono nel rendere fragile la leadership del Capitano.

Fonte: SettimanaNews

Per mesi Giorgia Meloni aveva scelto il silenzio. A inizio giugno lo ha rotto, e nel luogo più solenne: l’Aula della Camera, durante le comunicazioni in vista del Consiglio europeo. Rivolgendosi ai deputati di Futuro Nazionale, la premier ha ricordato che sono stati eletti nelle file del centrodestra per realizzarne il programma, e ha rinfacciato loro di aver votato sei volte contro la fiducia al governo «insieme a Schlein, Conte e Renzi». Il messaggio, di fatto, li colloca fuori dal perimetro della maggioranza: fare ciò che serve alla sinistra, ha scandito, non è difendere l’interesse nazionale. La frattura ha avuto anche un riscontro concreto, con due distinte risoluzioni sull’Europa — quella dei vannacciani, bocciata dai pareri di maggioranza, e quella del centrodestra unito. La replica del fronte reazionario non si è fatta attendere: Vannacci accusa da tempo i partiti di governo di allinearsi a Bruxelles alle stesse posizioni del centrosinistra, e dai suoi banchi c’è chi ha parlato apertamente di «guerra totale». Ne è nato uno scambio quasi speculare, in cui ciascuno accusa l’altro di fare, in realtà, il gioco della sinistra.

Dietro lo scontro personale fra Salvini e Vannacci, e dietro l’affondo di Meloni, si intravede una posta più alta: la definizione stessa dei confini della destra italiana. Da un lato c’è il fronte di governo che, dopo tre anni a Palazzo Chigi, ha smussato gli spigoli, accettato i vincoli europei e atlantici e cercato una credibilità internazionale. Dall’altro, il fronte reazionario del generale, che fa della radicalità identitaria e dell’ostilità all’establishment — «o con noi o con Von der Leyen, Draghi, le multinazionali e il globalismo» — la propria ragione sociale. Le due destre attingono allo stesso bacino di elettori, e l’ingresso di un terzo incomodo può spostare gli equilibri di una competizione che si gioca su pochi punti. Mancano ancora un paio d’anni alle politiche del 2027, e molto dipenderà dalla nuova legge elettorale, sulla quale anche Futuro Nazionale ha già preparato i propri emendamenti. La domanda che attraversa la maggioranza è se quella di Vannacci sia una fiammata destinata a spegnersi o l’inizio di una ricomposizione duratura. Per ora il generale ha ottenuto ciò che cercava: costringere gli avversari a fare i conti con lui. E ha scelto la destra di governo come suo bersaglio principale.

Filippo Gesualdi