Dichiarare il falso per ottenere risorse non dovute non è solo scorretto: danneggia il sistema e, prima o poi, si ripercuote anche contro l’azienda stessa

Per molte imprese la finanza agevolata resta un territorio poco familiare. L’insieme degli strumenti con cui lo Stato, le Regioni o altri enti sostengono progetti ritenuti utili – investimenti, innovazione, digitalizzazione, sostenibilità, crescita – può assumere forme diverse, dal credito d’imposta ai contributi a fondo perduto, fino ai finanziamenti agevolati. Ma non è un regalo, né dovrebbe diventare una caccia al tesoro: è denaro pubblico, cioè una risorsa collettiva che deve produrre valore reale.

È questo il messaggio più forte emerso dal convegno realizzato nell’ambito della collaborazione tra SDA Bocconi e Golden Group S.p.A. sui risultati dell’Osservatorio sulla finanza agevolata. L’Osservatorio è attivo da tre anni e si basa su un lavoro ampio: circa 3.000 bandi analizzati, tre casi studio aziendali ogni anno e un questionario sottoposto alle aziende clienti di Golden Group. Numeri che servono a rispondere a una domanda molto concreta: i bandi aiutano davvero le imprese o rischiano di far perdere tempo a chi li scrive, a chi li gestisce e a chi prova a usarli?

Il primo nodo è la frammentazione. L’80% dei bandi è territoriale, ma distribuisce appena il 15% delle risorse disponibili. Al contrario, il 20% dei bandi è nazionale e concentra l’85% dei fondi. In altre parole, il sistema produce moltissime misure locali, spesso di dimensioni limitate, mentre la parte più consistente del denaro passa da pochi strumenti nazionali. A questo si aggiunge un dato non secondario: la distribuzione dei bandi territoriali non segue necessariamente il peso economico delle singole Regioni, misurato attraverso il PIL, cioè il prodotto interno lordo.

Fonte: Bluedi.com srl

Anche guardando alla dimensione delle imprese il quadro è meno lineare di quanto sembri. Oltre il 90% dei bandi è accessibile alle micro e piccole imprese, mentre solo il 40% può essere utilizzato anche da medie e grandi aziende. Verrebbe quindi da pensare a un sistema costruito soprattutto per i soggetti più piccoli. Ma la dotazione economica racconta altro: circa il 70% delle risorse complessive è concentrato nei pochi bandi destinati anche alle grandi aziende. Inoltre, meno del 3% dei bandi ha una destinazione specifica per le microimprese; la maggior parte resta generalista.

L’Osservatorio è nato subito dopo il Covid, in una fase in cui molti incentivi avevano una funzione emergenziale. Oggi quella stagione è quasi del tutto conclusa. I bandi non servono più, o non dovrebbero servire, solo a tamponare una crisi: dovrebbero accompagnare scelte di investimento più solide. In questo senso è significativo l’aumento delle risorse effettivamente erogate rispetto a quelle disponibili: 37% nel 2022, 53% nel 2023, 65% nel 2024. Può essere il segnale di una necessità crescente, di una maggiore consapevolezza da parte delle imprese o di un miglior allineamento tra obiettivi dei bandi e bisogni aziendali.

Resta però un ostacolo enorme: molte aziende non arrivano nemmeno alla domanda. Tra chi non partecipa, il 54% indica come motivo principale la mancata conoscenza dei bandi. Il 28% si ferma davanti alla complessità della partecipazione e della rendicontazione, cioè alla necessità di dimostrare come le risorse siano state usate. Gli altri segnalano l’incoerenza tra bando e necessità aziendali.

Colpisce anche la distanza tra ciò che viene messo a disposizione e ciò che viene effettivamente erogato. Tra le finalità dei bandi disponibili, al primo posto compaiono i temi ESG, acronimo che indica ambiente, responsabilità sociale e governance, cioè il modo in cui un’impresa viene gestita. Seguono gli investimenti in beni materiali e immateriali e il sostegno a crescita e competitività. Ma tra i bandi effettivamente erogati l’ESG scende all’ultimo posto, mentre sul podio restano misure di emergenza, investimenti materiali e immateriali, innovazione e imprenditorialità.

Il professor Gianluca Meloni della Bocconi ha tenuto la platea interessata per oltre due ore e mezza: un dettaglio non banale, perché dimostra che anche un tema tecnico può diventare centrale quando tocca la vita reale delle imprese. Il punto, in fondo, è semplice: enti eroganti e aziende dovrebbero avere lo stesso obiettivo, cioè non sprecare denaro e tempo.

Per crescere e durare, un’impresa non può inseguire solo il massimo profitto immediato della proprietà. Deve considerare i propri stakeholder, cioè tutti i soggetti coinvolti o toccati dalla sua attività: lavoratori, clienti, fornitori, territorio, istituzioni e sistema Paese. Dichiarare il falso per ottenere risorse non dovute non è solo scorretto: danneggia il sistema e, prima o poi, si ripercuote anche contro l’azienda stessa. La finanza agevolata funziona quando incontra progetti veri, bisogni reali e responsabilità condivisa. Usata male è burocrazia. Usata bene, può diventare una leva concreta per fare impresa con più visione e meno improvvisazione.

Giulia Zappacosta