Le leggi raziali del’ 38 non sono terminate con la caduta del nazifascismo ma trovano ancora oggi un propellente per imporsi come un cancro nella nostra quotidianità
C’era da immaginarselo e ora cadere dal pero o meravigliarsi equivale a mostrare tutta la nostra ipocrisia e la nostra superficialità per aver scoperto l’acqua calda. Trattiamo di un episodio che, i media e i signori dell’informazione hanno visto con quella tipica sufficienza di chi, davanti a certi fatti, non ha attributi per prendere posizioni chiare e nette.
Siamo a Roma, la Capitale d’Italia. Un turista francese è stato accerchiato da un gruppo di persone (quattro per l’esattezza) reo di indossare la kippah, il tipico copricapo ebraico. Al grido di “Free Palestine” i rappresentanti della Giustizia e del Vittimismo mondiale hanno preso di mira l’uomo di 22 anni per motivi religiosi nelle strade del Centro Storico capitolino. La vittima ha esposto denuncia ai Carabinieri della Stazione di Piazza Farnese. Il turista ha raccontato di aver subìto aggressioni in due occasioni distinte mentre passeggiava in pieno centro, portando l’indumento semita: il primo episodio è avvenuto il 7 agosto verso le 20:00, in piazza Benedetto Cairoli, in cui è stato raggiunto da un colpo in pieno volto e da uno spray urticante azionato da un giovane uomo; il secondo, invece, il giorno dopo, verso le 20:15, in largo di Torre Argentina, quando un gruppo ha attaccato la vittima con diversi calci. I Militari hanno identificato uno dei “coraggiosi”, un cittadino algerino di 31 anni, senza dimora e con precedenti.
In entrambe le circostanze, stando alle parole del denunciante, gli aggressori avrebbero agito al grido di “Free Palestine”. Naturalmente i Carabinieri sono al lavoro per risalire all’identità degli altri componenti del gruppo.Non è tardata la risposta del presidente della Comunità Ebraica di Roma Victor Fadlun: “Anche per le strade di Roma purtroppo è arrivata la caccia all’uomo, la caccia all’ebreo. Speriamo, da italiani, di non dover assistere a una reazione di crescente indifferenza da parte dell’opinione pubblica”.

Fonte: Sky TG24
Questo episodio, la cui gravità è alimentata dal fattore temporale poiché giunto a pochi giorni dal ferimento di altri ragazzi di origine ebraica, presi di mira da un gruppo di naziskin in Bulgaria che si erano presentati sotto il loro albergo insultandoli con le braccia tese al cielo al grido di “Sieg Heil” (“saluto alla vittoria”), ci porta a riflettere come nella nostra mente la caccia all’ebreo continui ad essere un gesto condannabile verbalmente ma tollerabile praticamente.
In vero, se la vittima fosse stata di origine palestinese, oggi parleremmo (e giustamente) di vergognosi attacchi da denunciare a squarcia gola, attraverso cortei, titoli in prima pagina sui principali quotidiani, dirette televisive. E ancora, interrogazioni parlamentari, attacchi a spron battuto sui social e chi più ne ha, più ne metta. È successo, invece, che ad essere colpito sia stato un giovane francese di origine ebrea e allora ecco il brodino tiepido della denuncia.
La verità, piaccia o meno, è che oggi per molti che si schierano dalla parte dei palestinesi, il progetto di Adolf Hitler è stato lasciato a metà e quei sei milioni di ebrei morti in condizioni vergognose dovevano essere molti di più. Nessuno avrà mai il coraggio di dirlo in maniera netta ma poi, fatti e reazioni di questo genere lo testimoniano più di mille proclami.
Avere il coraggio di condannare un Premier (come in questo caso Benjamin Netanyahu) per una politica di aggressione, non solo nei confronti della Palestina ma anche del Libano è giusto e ognuno dovrebbe avere il diritto di manifestare con forza le proprie idee. Il problema è che, come sempre, quella che dovrebbe essere espressione del libero pensiero diviene, in certi ambiti, violenza allo stato puro e spesso, dietro certe bandiere e slogan, si cela il pretesto per mettere a ferro e fuoco una città, per aggredire un libero cittadino, per attaccare Uomini e Donne in Divisa e altro ancora.

Fonte: BBC
La nazionalità di una persona non è una scelta ma una casualità, come forse un po’ tutto nella vita di un essere umano. Chi scrive ha visitato quelle zone calde (sia in termini meteorologici che politici) e non ha provato alcun tipo di respingimento nei confronti di chi indossava la kippah o la kefiah, a dimostrazione che non è il colore della pelle, il Credo o la cittadinanza a fare la differenza ma il comportamento.

Fonte: Il Sole 24 ORE
Mai e poi mai al sottoscritto verrebbe in mente di condannare una persona solo per uno degli elementi sopra indicati; l’unico motivo resta l’atteggiamento che si ha nei confronti del prossimo. Conoscere, viaggiare e toccare con mano culture differenti serve proprio a stabilire quei parametri di giudizio che sembrano scontati ma che, come dimostrano i fatti capitolini, così ovvi non sono.
Il ghetto rappresenta uno dei quartieri più interessanti e storici della nostra città ma oggi, purtroppo, è anche divenuto bersaglio per fanatici affatto isolati che, in nome di un finto ideale, attuano violenza con la complicità e la codardia di chi potrebbe e dovrebbe intervenire pesantemente.
Facciamo, quindi, attenzione perché quanto avvenuto a seguito del vergognoso proclamo sulle leggi raziali del’ 38 non è terminato con la caduta del nazifascismo ma, anzi, trova oggi un propellente per imporsi come un cancro nella nostra quotidianità facendo leva sul nostro buonismo e sul nostro essere pusillanimi.

Stefano Boeris
