Ogni chilometro diventa la dimostrazione concreta che l’età può modificare il gesto atletico senza cancellarlo

Per molto tempo la maratona è stata raccontata come una prova per pochi: quarantadue chilometri e 195 metri riservati ad atleti ostinati, disposti a sacrificare mesi di allenamento per arrivare al traguardo.

Oggi alle partenze delle grandi corse si incontrano ventenni che registrano ogni allenamento sul telefono, quarantenni in cerca di uno spazio sottratto al lavoro e alla famiglia, sessantenni che considerano la pettorina una forma di libertà. Corrono tutti la stessa distanza, ma non necessariamente la stessa maratona.

I numeri italiani descrivono una crescita netta. Nel 2024 le 34 maratone su strada effettivamente disputate e omologate dalla FIDAL, la Federazione Italiana di Atletica Leggera, hanno portato al traguardo 53.825 persone, italiane e straniere. Nel 2023 erano state 46.270: in dodici mesi l’aumento è stato del 16 per cento. Roma, con 15.168 classificati, ha stabilito il record nazionale della distanza. Rimane invece evidente il divario tra uomini e donne: le partecipanti sono state 11.258, poco più di una su cinque, una quota assai più bassa di quella raggiunta da molte grandi gare internazionali.

Il ritorno alla maratona non riguarda soltanto l’Italia. Un rapporto pubblicato nel 2025 da RunRepeat, realizzato in collaborazione con World Athletics e basato su oltre dieci milioni di risultati, ha contato negli Stati Uniti 432.562 finisher nel 2024: il 5 per cento in più rispetto al periodo precedente alla pandemia. Il dato più interessante non è però soltanto quantitativo. La quota degli under 25 è passata dal 9,2 per cento del 2016 al 12,1 per cento del 2024; nello stesso tempo è aumentata anche la presenza degli over 45. La fascia intermedia tra 35 e 44 anni ha invece perso peso relativo. La maratona sembra dunque allargarsi proprio alle due estremità della vita adulta.

Anche le richieste di partecipazione raccontano qualcosa. Per la maratona di Londra del 2026 sono arrivate 1.133.813 domande, il 36 per cento in più rispetto all’edizione precedente e quasi il doppio delle richieste per il 2024. Non significa che oltre un milione di persone abbia poi corso, perché le pettorine disponibili sono molte meno e vengono in parte assegnate per sorteggio. Ma significa che la distanza più temuta dell’atletica è diventata un desiderio di massa, un viaggio da programmare e un’esperienza da condividere.

Per i più giovani la corsa lunga non è più necessariamente uno sport solitario. Le applicazioni trasformano gli allenamenti in racconti pubblici, i gruppi di corsa sostituiscono in parte i club tradizionali e il traguardo diventa un rito collettivo. La prestazione conta, ma conta anche poter dire di esserci stati. Uno studio pubblicato su Frontiers in Psychology, condotto su 1.537 runner, ha rilevato tra i più giovani una maggiore importanza della sfida personale e, per chi affronta maratone e ultramaratone, della competizione e del riconoscimento. Non è necessariamente esibizionismo: è il modo di una generazione abituata a dare forma pubblica alle proprie esperienze.

Fonte: Wikipedia

Tra i quaranta e i cinquant’anni il rapporto con la maratona cambia ancora. Il tempo libero è scarso, il recupero richiede più attenzione e l’allenamento diventa soprattutto disciplina. In questa fascia la corsa può rappresentare una riconquista: un appuntamento personale dentro giornate organizzate quasi sempre intorno alle esigenze altrui. Il cronometro resta importante, ma spesso il risultato più prezioso è la continuità, la capacità di presentarsi alla partenza dopo mesi nei quali sarebbe stato facile rimandare.

Per i runner più maturi, infine, terminare una maratona può assumere il significato di una dichiarazione di autonomia. Lo stesso studio indica che, con l’avanzare dell’età, diminuisce il peso del riconoscimento esterno e cresce quello attribuito alla salute. Questo non rende la corsa meno ambiziosa: sposta semplicemente il bersaglio. Il concorrente principale non è più chi corre accanto, ma il tempo che passa. Ogni chilometro diventa la dimostrazione concreta che l’età può modificare il gesto atletico senza cancellarlo.

Naturalmente le generazioni non sono categorie chiuse. Esistono sessantenni ossessionati dal primato personale e ventenni che corrono soltanto per stare bene; motivazioni e condizioni fisiche restano individuali. La crescita degli iscritti suggerisce però un cambiamento culturale: la maratona non seleziona più un solo tipo di atleta e accoglie modi diversi di intendere lo sport. Per alcuni è una sfida da mostrare, per altri una parentesi da difendere, per altri ancora una misura della propria indipendenza. Al traguardo i tempi restano differenti, ma il gesto è comune: continuare ad avanzare, ciascuno alla propria età e con la propria ragione.

Giulia Zappacosta