Aveva ragione il Maestro Indro Montanelli quando disse: “Per l’Italia non vedo alcun futuro!”
C’era da aspettarselo dopo anni di campanelli d’allarme caduti, vergognosamente, nell’oblio. A Padova, un delle città italiane considerate tra le più ‘tranquille’ è nato un “tribunale islamico” che, udite bene, decide secondo la Sharia, ovvero la legge islamica o coranica al cui interno sono presenti regole di vita e comportamentali secondo il dettato di Allah per la condotta morale, religiosa e giuridica dei suoi fedeli.
Una notizia che ha scatenato blande proteste da parte delle forze di destra, silenzio da quelle di sinistra e un’apparente presa di distanza delle comunità musulmane davanti alla pretesa di decidere su controversie civili e commerciali applicando i precetti della legge islamica.

Fonte: Corriere della Sera
A sollevare il caso è stato Francesco Minutillo, avvocato ed esponente di Futuro Nazionale, il partito di Roberto Vannacci, con un esposto alla Procura. “Non sto chiedendo di giudicare una religione, la questione è rigorosamente giuridica”, ha affermato Minutillo. Il dubbio riguarda un organismo che si presenta come “Giustizia Islamica in Italia”, che chiama i propri arbitri membri del “Tribunale Sciaraitico” e prevede l’applicazione residuale del diritto italiano. Gli ha fatto eco il Vicepremier Matteo Salvini: “La Sharia anche in Italia? Assolutamente No. In Italia non possono esistere ‘tribunali islamici’ né leggi parallele”.
In merito alla questione giuridica, va detto che la riforma Cartabia ha espressamente ampliato la libertà delle parti di scegliere le norme applicabili a un arbitrato, lo strumento che consente ai privati di risolvere una controversia affidandosi a giudici privati (arbitri appunto), anziché a un tribunale ordinario, ricavandone una decisione che può avere gli stessi effetti di una sentenza.
“Il senso dell’innovazione è stato quello di consentire alle parti di costruirsi una giurisdizione su misura”, ha spiegato al Fatto Quotidiano, Filippo Danovi, ordinario di Diritto processuale civile alla Statale di Milano, che alla riforma ha lavorato in qualità di vicecapo dell’Ufficio legislativo del Ministero della Giustizia. Una libertà che, avverte, incontra limiti invalicabili.
Ma, nello specifico, cos’è la cosiddetta “Camera Arbitrale Islamica” di Padova? Il suo fondatore, Omar Vanin, avvocato musulmano e docente a contratto di Diritto internazionale presso l’Università della città veneta, ha tentato di fare luce sulla questione, respingendo l’idea di un tribunale parallelo e parlando di una normale camera arbitrale privata, alla quale due parti possono volontariamente affidare una controversia, per esempio su un prestito non restituito. Sempre secondo le spiegazioni di Vanin, gli arbitri possono decidere “ispirandosi alla Sharia e ai precetti religiosi, nella misura in cui ciò non contrasti con i principi fondamentali dell’ordinamento italiano”. L’avvocato ha portato un esempio: una decisione che desse ragione a qualcuno soltanto perché l’altra parte è una donna sarebbe incompatibile con il diritto italiano.

Fonte: Instagram
Secondo l’articolo 806 del Codice di procedura civile viene ammesso l’arbitrato sui diritti disponibili: controversie che le parti possono legittimamente sottrarre al giudice ordinario affidandosi appunto ad arbitri. La novità è nell’articolo 822 (modificato dalla riforma Cartabia attraverso il decreto legislativo 149/2022, approvato dal governo Draghi e divenuto applicabile nel febbraio 2023, sotto il governo Meloni) in cui si afferma che le parti possono scegliere “le norme o la legge straniera” applicabili alla controversia. Non necessariamente, dunque, una legge statale.
Come detto ad inizio articolo, la Sharia è un complesso sistema di norme religiose e giuridiche e disciplina anche i rapporti patrimoniali, commerciali e contrattuali. Ma può essere applicata a una controversia arbitrale? Qui, il Professor Danovi invita alla prudenza. La natura sovranazionale e religiosa delle regole coraniche non costituisce automaticamente un ostacolo: esistono tradizioni giuridiche islamiche applicate anche da tribunali statali. Ma la commistione tra diritto, religione ed etica rende la questione “particolarmente delicata in un ordinamento laico com’è anche il nostro”, spiega.
Non basta, insomma, che due persone scelgano la Sharia perché qualsiasi suo precetto diventi applicabile in Italia. “Il limite decisivo rimane l’ordine pubblico, sia quello sostanziale che processuale”, avverte il Docente.
Per completezza dell’informazione, va specificato che un precedente esiste anche nell’Unione Europea: lo scorso anno, un tribunale di Vienna ha ammesso l’esecuzione di un lodo arbitrale pronunciato secondo norme islamiche. Tutto ciò non esprime, per l’iniziativa padovana, un processo automatico di legittimità; significa che arbitrato religioso e giustizia parallela non sono necessariamente la stessa cosa. La Sharia non può sostituire la legge italiana, ma alcuni suoi principi possono entrare in una controversia privata entro i confini fissati dall’ordinamento.
Ed è proprio questo rispetto dei confini, la questione da verificare. La matematica, come si sa, non è un’opinione. I numeri hanno un peso specifico importante e il fatto che oggi, dopo anni di flussi umani provenienti da Paesi in prevalenza musulmani, si sia deciso di dare vita a un tribunale come quello sopra menzionato, non può passare come una notizia da ultima pagina di una qualsivoglia testata.
In Italia (a questo punto è lecito chiedersi “per quanto?”), esiste una struttura giuridica che non può dare spazio ad altre forme parallele seppur con dei limiti che al momento sono tali ma potrebbero, in un prossimo futuro, essere abbattuti totalmente. Eppure, siamo ancora così ciechi e sordi da non voler capire che è proprio la questione numerica il punto su cui si vuol far leva per ribaltare, domani, il Diritto italiano e, più in generale, quello di qualunque Paese ospitante. Una situazione come quella di Padova (e anche di Vienna) è di una gravità assoluta. Non può e non deve esistere un canale parallelo per l’amministrazione della Giustizia, seppur, come menzionato, per questioni precise e limitate.

Fonte: La Verità
E, chissà perché, sono proprio gli arabi ad aver istituito questo tribunale e non altre comunità presenti in Italia, come quella filippina, tanto per fare un esempio.
Aveva ragione il Maestro Indro Montanelli quando disse: “Per l’Italia non vedo alcun futuro!”.
Stefano Boeris