Il caso Garlasco e la morte del garantismo

In Italia la giustizia è come il calcio. Due squadre che si affrontano, un arbitro che decide, e due tifoserie che si insultano. Ovviamente l’arbitro è bravo quando prende una decisione che ci piace, è fazioso e corrotto quando decide ciò che non ci piace. Nel calcio la posta in palio sono principalmente trofei e milioni di euro, nella giustizia la vita e la reputazione delle persone. E quando la giustizia diventa come il calcio, quando il tribunale diventa il terreno di gioco, quando i salotti televisivi diventano le curve dello stadio, il vero sconfitto della partita è il garantismo.

Professato da tutti e applicato da pochi, il garantismo in Italia non se la passa molto bene. Corteggiato da politici, giornalisti, opinionisti e conduttori televisivi, tutti sono pronti a proclamarsi garantisti. Finché il garantismo serve a proteggere la loro squadra. Quando si tratta invece di applicarlo agli altri, ai rivali, il garantismo diventa scomodo, fastidioso e addirittura controproducente. E sono pronti a scaricarlo e ad usare le subdole tecniche del giustizialismo.

A far riemergere la vena giustizialista del circolo mediatico ci ha pensato il caso Garlasco, tornato (purtroppo) di moda per l’ennesima volta con l’iscrizione nel registro degli indagati di Andrea Sempio. Se la giustizia è infatti come il calcio, il caso Garlasco è il derby di Roma. Le tifoserie sono più accese che mai perché stavolta in palio non c’è solo una partita, c’è molto di più: l’onore, la propria fede e le proprie convinzioni immutabili.

Fonte: Virgilio

Da vent’anni il caso Garlasco divide l’opinione pubblica, riempie i palinsesti televisivi e occupa le prime pagine dei giornali. Già nei primi anni, il caso aveva creato un’accesa diatriba tra colpevolisti e innocentisti di quello che, ad oggi, è ritenuto dalla giustizia italiana l’unico responsabile dell’omicidio di Chiara Poggi: Alberto Stasi. Ma dopo anni in cui il delitto di Garlasco sembrava quasi scomparso dalle cronache televisive, la nuova indagine della procura di Pavia ha rimesso in piedi un ecosistema mediatico di cui avremmo fatto volentieri a meno. Ore, settimane e mesi di prime serate televisive monopolizzate dalla vicenda e popolate da vecchi e nuovi opinionisti, sempre pronti a tirare fuori un nuovo scoop o un’indicibile segreto. Tra i miracoli della nuova indagine c’è infatti anche quello di aver portato negli studi televisivi youtuber appassionati di cronaca nera che sul caso Garlasco hanno tentato di costruire una vera e propria carriera, nonché di aver fatto diventare avvocati ed ex generali dell’arma delle vere e proprie star televisive.

È facile intuire che le premesse per il garantismo non erano le migliori. Senza entrare troppo nel merito del caso, assai complesso per essere analizzato in un articolo di giornale, è doveroso osservare tristemente che il processo ad Andrea Sempio è già stato celebrato con uno schema identico a quello applicato per Alberto Stasi molti anni fa. L’opinione pubblica, aizzata dai media, ha già stabilito che un uomo solamente indagato, nemmeno rinviato a giudizio, sia già colpevole. E tutto questo sulla base di indizi che, come avvenne per Stasi, furono evidenziati per dimostrare la mostruosità dell’individuo e quindi attribuirgli la responsabilità del delitto.

Fonte: Fondazione Luigi Einaudi

Come fu per la famosa cartella militare di Stasi, i messaggi raccapriccianti scritti da Sempio su un forum online dedicato alle tecniche di seduzione diventano la prova che è un assassino. Peccato che il garantismo ci impone di non ragionare in questo modo: le depravazioni mentali di un individuo non lo rendono l’esecutore di un omicidio, che va dimostrato con altri elementi. Lo stesso si dica per le intercettazioni, uscite su tutti i giornali e analizzate virgola dopo virgola da qualsiasi opinionista in tv. Tutto funzionale alla creazione di un mostro da sbattere in prima pagina e a indicarlo come colpevole di omicidio.

Ma l’apice del giustizialismo si è verificato qualche giorno fa in un noto salotto televisivo, quando discutendo del famosissimo scontrino del parcheggio presentato da Sempio, un opinionista è arrivato a domandare dove fosse la prova che la mattina dell’omicidio Andrea Sempio non si trovasse a Vigevano. È così che il principio cardine dello stato di diritto, la presunzione di innocenza, viene ucciso in diretta tv. L’onere della prova non grava più su chi indaga, ma su chi è indagato, che deve dimostrare la propria innocenza.  Insomma, aldilà di come la si pensi sulla tragica vicenda di Garlasco, è doveroso constatare che la gogna mediatica rappresenta la prima sentenza verso gli imputati.

Una sentenza in cui però non c’è spazio per il garantismo.

Giulio Picchia