Cosa ci dice il prosieguo latente della guerra in Iran sul futuro delle nostre società occidentali?
Come la lettera del Presidente iraniano al Papa di qualche mese fa e come tutti i pronunciamenti e le risposte alle smargiassate e ai proclami di Trump hanno mostrato chiaramente, l’Iran sta continuando a vincere lo scontro dialettico con gli Stati Uniti. Esattamente come la neutralizzazione della marina e dell’aeronautica di Teheran non ha significato la vittoria del conflitto per gli americani, così i classici argomenti liberal-democratici non stanno segnando la vittoria in ambito dialettico degli stessi statunitensi e dell’Occidente in questo teatro.
Tutte le risposte sfrontate e beffarde che gli iraniani hanno fornito alle provocazioni che sono pervenute da parte americana hanno certificato che ormai i più avveduti fra “i nostri nemici” conoscono a menadito i nostri leitmotiv e sono in grado di rispondere a tono, disinnescando le mine esplosive che noi gli prepariamo nella speranza che costoro ne cadano vittime. Abbiamo già analizzato in passato alcune di queste dinamiche, ma il fatto che, a quasi sette mesi dallo scoppio delle ostilità, gli americani e gli israeliani siano costretti a limitarsi a confuse minacce e poco più dimostra quanto la retorica iraniana sulla mancanza di mordente delle iniziative belliche dei suoi autoproclamati nemici sia giustificata e colga nel segno.
Gli iraniani hanno peraltro senza dubbio ragione a sostenere di non avere per parte loro alcuna mira a produrre un cambio di sistema e un regime change in Occidente, nonostante alcune affermazioni ambigue e spiazzanti che alcuni sostenitori dell’attacco americano-israeliano, mentre invece questo principio non vale assolutamente al contrario. Infatti, per stessa ammissione di Trump e di coloro che ne sostenevano l’iniziativa, uno degli obiettivi principali era precisamente quello di liberare l’Iran dal maledetto regime degli Ayatollah.
Quando il summentovato regime sottolinea la mancata simmetria dei due atteggiamenti in campo, poiché dal canto loro, non hanno intenzione di convertire forzosamente e nemmeno in altro modo più subdolo e obliquo l’Occidente all’Islam sciita, né sperano di strapparlo alle sue tradizione o, giunti a questo punto, all’assenza delle stesse, come detto prima, fanno un’asserzione ineccepibile. Questa asimmetria, più volte in passato evocata anche da Talebani e atri ben riconoscibili nemici dell’Occidente, offre il destro a tutti coloro che all’interno delle nostre società, pur non amando spassionatamente gli attori politici extra-occidentali, si scagliano contro le nostre politiche e sono pervasi da forti pulsioni antioccidentali.

Fonte: med-or.org
Perché sì la grande questione è interna, consiste nella ulteriore distruzione della credibilità che le nostre politiche a lungo termine subiscono, oltre al fatto che questo doppio standard favorisce il lavoro delle élite politiche di molti di quei paesi che hanno gioco facile a rappresentare l’Occidente a tinte fosche e a riferire allo stesso la responsabilità di qualsiasi sciagura o problema attanagli quelle comunità.
Come già mostrato ben oltre una cinquantina di anni fa con la guerra in Vietnam, il problema per i nostri sistemi nel mettere in campo determinate strategie belliche e non è quasi inesorabilmente una certa parte delle nostre società, talvolta decisamente maggioritarie, come per esempio sulla guerra in Iran, assumono un posizionamento invisi a chi aveva cominciato le ostilità e, diciamolo pure, si chimerano con il nemico.
Alberto Fioretti