Per i vertici militari di Washington la minaccia di Mosca è «gestibile». Eppure, Bruxelles apre i cordoni della borsa come mai dalla Guerra Fredda. Tra deterrenza necessaria e ossessione che rischia di riscrivere le priorità del continente
C’è una frase, dentro un documento del Pentagono, che stona con tutto il resto. La National Defense Strategy licenziata a gennaio 2026 definisce la Russia «una minaccia persistente ma gestibile» per il fianco orientale della NATO «nel prevedibile futuro». Il motivo è quasi aritmetico: l’Europa alleata «fa impallidire la Russia per scala economica, popolazione e dunque potenziale militare latente». Mosca, si legge, «non è in condizione di ambire a un’egemonia europea».
Detto altrimenti: chi conosce meglio di chiunque altro l’arsenale del Cremlino — e con la Russia ha un contenzioso strategico che dura da ottant’anni — mette nero su bianco che il pericolo, sul continente, non è imminente. Eppure, l’Europa spende come se lo fosse. È da questo cortocircuito che nasce il sospetto di un’«industria della paura».

Fonte: gfsis.org
I numeri, quelli, non lasciano spazio all’interpretazione. Nel 2026 la spesa per la difesa di Europa e Canada raggiungerà i 634 miliardi di dollari, contro i 571 dell’anno prima: un balzo dell’11% sulla sola difesa core, dopo un 2025 già chiuso con un impressionante +20%. Per la prima volta tutti gli alleati superano la vecchia soglia del 2% del Pil.
Ma è l’orizzonte a segnare il salto di paradigma. Al vertice del 2025 gli alleati si sono impegnati a portare la spesa al 5% del Pil entro il 2035 — 3,5% di difesa “pura” più 1,5% di investimenti in sicurezza. Polonia e repubbliche baltiche sono già lì o quasi. La Germania si prepara a raddoppiare il proprio bilancio militare. E l’Unione ha messo in campo strumenti da far girare la testa: il programma SAFE, che mobilita fino a 150 miliardi di euro di prestiti a basso costo per l’industria bellica del continente, e un prestito da 90 miliardi a sostegno dell’Ucraina, di cui 60 vincolati all’acquisto di armi.
È la più grande corsa al riarmo che l’Europa ricordi dalla caduta del Muro. E la domanda è inevitabile: se il pericolo è «gestibile», perché tutto questo?

Fonte: Francesco Vignarca
Chi difende la scelta ha argomenti solidi, e conviene ascoltarli prima di liquidarli. Il primo è che «gestibile» non significa «inesistente». La NATO parla della Russia come minaccia «a lungo termine», e i segnali sul terreno non sono rassicuranti: le operazioni di sabotaggio russe in Europa sono quadruplicate nel 2024, tra cyberattacchi, incendi dolosi e violazioni dello spazio aereo. È la «zona grigia», la guerra ibrida che non spara ma logora.
Il secondo argomento è una data: 2029. È l’anno entro cui, secondo l’ispettore generale della Bundeswehr Carsten Breuer, Mosca potrebbe essere militarmente pronta a colpire un Paese dell’Alleanza. Il problema, avvertono i capi di stato maggiore europei, è che i piani di riarmo non colmeranno le lacune critiche prima del 2035. Sei anni di scoperto, nella peggiore delle ipotesi. Da qui l’urgenza: prepararsi non è guerrafondaismo, ripetono i generali, ma deterrenza — l’unico modo per non dover mai combattere.
C’è poi un terzo fattore, il più scomodo: gli Stati Uniti. La stessa strategia che declassa la Russia annuncia che l’America si concentrerà su patria, emisfero occidentale e Cina, in quest’ordine, lasciando agli europei «la responsabilità primaria della propria difesa convenzionale». Tradotto: arrangiatevi. Buona parte del riarmo europeo è la risposta obbligata a un alleato che arretra.

Fonte: Il Sole 24 ORE
E però il dubbio resta, e ha voci autorevoli. Mark Hertling, ex generale dell’esercito americano, ha coniato un’espressione tagliente: la fissazione sulle percentuali di Pil è un «canard», un falso problema. La spesa è un input; ciò che conta sono gli output — capacità reali, prontezza, coesione dell’alleanza. Un Paese che spende il 3% con intelligenza vale più di uno che sperpera il 5%. Inseguire un numero, avverte, non è una strategia.
Dietro il numero, poi, c’è chi intravede interessi. Senza un nemico permanente sarebbe arduo giustificare spese di questa portata, con i loro riflessi su tasse, welfare e debito, in un’Europa dalla crescita anemica. L’industria della difesa — da Rheinmetall in giù — brinda ai bilanci gonfiati. E la narrazione della Russia come spauracchio perpetuo, sostengono i critici più severi, rischia di «snaturare» la politica dell’Unione: militarizzazione e atlantismo al posto di energia, coesione sociale, competitività.
La verità, come spesso accade, non sta agli estremi. La minaccia russa è reale — lo dicono l’Ucraina martoriata, i sabotaggi, un bilancio del Cremlino che destina alla guerra oltre il 40% della spesa statale. Ma è anche vero che le valutazioni ufficiali americane la qualificano come gestibile a breve-medio termine, e che una fetta del riarmo europeo è dettata non da Mosca ma da Washington.
Il rischio non è armarsi troppo o troppo poco: è armarsi male, e per le ragioni sbagliate. Trasformare la prudenza in ossessione, l’input in feticcio, la deterrenza in un’economia di guerra permanente. L’Europa ha davanti una scelta che non è tra pace e riarmo, ma tra un riarmo pensato — con una strategia, non solo un assegno — e uno guidato dalla paura. Perché la paura, si sa, è la più antica e la più redditizia delle industrie.
Filippo Gesualdi
