Prima di mettere bocca su scuola e bambini, occorrerebbe mettere mano sul welfare ma soprattutto sulla gestione del vivere in ambienti inclusivi

È desolante vedere, ancora una volta, vecchi schemi ideologici prendere il sopravvento su questioni critiche. Questa volta a farne le spese i ragazzi delle nostre scuole. Schemino semplice: da un lato studenti stranieri ridotti a quote. Dall’altro no al razzismo e alle discriminazioni. Compitino di propaganda svolto.

Da tutt’altra parte i veri problemi della scuola. L’integrazione, ormai ridotta a mera convivenza, vista come una serie di numeri, di variabili quantitative, di indici di gradimento. Esistono eccome questioni complesse, che la sinistra continua a non saper né raccontare, né rappresentare, né risolvere, rendendosi complice della peggiore e più becera destra a cui stiamo tutti prestando involontariamente il fianco. Anche la stessa destra sana, repubblicana e conservatrice.

Esistono classi ghetto, che portano poi ad un tasso strutturale di abbandono scolastico. Esiste un’equità didattica da garantire dal corpo docenti, impegnato a focalizzarsi molto spesso sul recupero linguistico da un lato, offrire un apprendimento omogeneo dall’altro. In Italia l’11% degli studenti è straniero, di questi il 64% è nato in Italia. Parliamo perciò di una quota marginale, di ragazzi che, da 15 anni, con la Circolare Gelmini del 2010, vengono distribuiti seguendo la soglia massima del 30%. Derogabile in caso di conoscenza della lingua e contesto territoriale.

Fonte: Piuculture

Ci sono dunque numeri, ma soprattutto dinamiche, e ancor più bambini, vite umane, speranze. Futuri.

Trattarli come effetti negativi, senza assumersi le responsabilità di agire sulle conseguenze che hanno prodotto una scuola pubblica ridotta a brandelli, restituisce la perfetta immagine di una politica stomachevole. Una scuola pubblica terzultima in Europa per investimenti, con docenti chiamati ad affrontare giochi senza frontiere, per avere una cattedra e vedersi riconosciuti diritti e stipendi dignitosi. In Europa i modelli più virtuosi riducono a 7 settimane all’anno le chiusure delle scuole, per garantire un utilizzo delle strutture per progetti, campi estivi, laboratori e altre iniziative, con docenti pagati anche il doppio. Un insegnante italiano guadagna durante tutta la sua carriera una media di 26mila euro, a differenza di Lussemburgo, Svizzera, Olanda, Francia, dove ne percepisce mediamente oltre 35mila.

Eppure, le scuole, nonostante il PNRR, restano prevalentemente edifici osceni, obsoleti, o nel migliore dei casi da ristrutturare. Salvo rare eccezioni. Dalle condizioni ambientali, a quelle energetiche, passando per quelle strutturali. Poi c’è una questione di territorialità, di divari economici, di gap sociali, di ghettizzazione legata a dinamiche mondiali che hanno generato turistificazione dei centri storici, gentrificazione nelle periferie, emarginazione nei sobborghi e nei quartieri popolari delle grandi città. Lì si concentrano situazioni paradossali dove i bambini nati in Italia, o madrelingua, sono la minoranza. E lo sono perché già ghettizzati in contesti dimenticati da Dio, figuriamoci dallo Stato.

Prima di mettere bocca su scuola e bambini, dunque, occorrerebbe mettere mano sul welfare, sul diritto, ma soprattutto sulla gestione dell’abitare, della casa e del vivere in ambienti democratici, inclusivi. Bisognerebbe agire sulla qualità della vita di tutti, non sul numero di accesso di alcuni.

È qui che si gioca la vera sfida, e stando alla pochezza della materia prima, temo che non ci sia voglia, coraggio, capacità di risolvere i problemi, ma solo di cavalcarne gli effetti, o di negarli.

Ragazzi siete figli di una generazione stravolta e dominata da iper-connessione e globalizzazione.

Non le abbiamo sapute governare, a voi il compito di studiare, per provarci.

Alberto Siculella