La maggioranza propone di procedere rapidamente con il cosiddetto Bignami bis da approvare entro l’estate alla Camera e in autunno al Senato

Il governo Meloni è in carica da 3 anni e 8 mesi circa. Le elezioni politiche dovrebbero svolgersi nella primavera 2027 (oppure, in ipotesi, a ottobre dello stesso anno). Oggettivamente non è prevedibile una crisi di governo a breve, con lo scioglimento anticipato delle Camere da parte del presidente della Repubblica. Il centrodestra attualmente gode di una posizione di vantaggio rispetto agli avversari, ma non si può dare comunque per scontata la sua vittoria netta nel 2027, perché non si può mai dire cosa potrebbe succedere da qui a tra un anno.

Tutto fa pensare, quindi, che l’esecutivo di centrodestra riuscirà a completare l’intera XIX legislatura.

Ma allora perché la presidente del Consiglio vuole a tutti i costi cambiare il sistema elettorale (il Rosatellum) che le fece vincere insieme ai suoi alleati le politiche del settembre 2022? A questa domanda la premier aveva risposto nel corso della conferenza stampa di inizio anno, spiegando che l’obiettivo è trovare «una legge elettorale che garantisca al governo più stabilità nel rispetto del voto popolare». Nelle dichiarazioni pubbliche, infatti, la Meloni ripete spesso che gli obiettivi che la spingono a trovare un nuovo sistema elettorale sono la stabilità e la chiarezza del risultato, quali presupposti fondamentali per garantire la governabilità del Paese e per i cittadini il fatto di sapere chi governerà dopo il voto.

Il suo ragionamento implica il fatto di evitare un esito di stallo o di pareggio parlamentare. Lo scenario peggiore, considerando anche la caratterialità specifica della Meloni, non è paradossalmente l’eventualità di subire una sconfitta, ma di ritrovarsi a governare con un parlamento bloccato, il che può tradursi in instabilità governativa anche se uno schieramento arriva primo alle elezioni. Se nessuna coalizione raggiungesse una maggioranza netta si aprirebbe una fase di trattative, di accordi trasversali e anche di possibili inciuci: dinamiche che dal punto di vista di Meloni rischiano di cozzare con il principio di «chi vince le elezioni deve governare». Altrimenti, secondo lei, meglio starsene all’opposizione.

D’altro canto, anche in caso di vittoria del centrosinistra, la governabilità potrebbe essere un problema. Qui entra una valutazione politica che la Meloni e altri esponenti di centrodestra hanno espresso in varie forme: il centrosinistra è visto come una coalizione di forze molto diverse tra loro, per cui il centrodestra ritiene che l’eventuale vittoria del centrosinistra potrebbe non tradursi automaticamente in un governo duraturo.

Elezioni, si apre la campagna elettorale per le politiche del 2027 – Fonte: Controradio

La maggioranza, dunque, propone di procedere rapidamente con il cosiddetto Bignami bis da approvare entro l’estate alla Camera e in autunno al Senato. La nuova legge elettorale, d’impostazione più maggioritaria, vuole ridurre il rischio di stallo. Se il sistema assegna un premio o produce una maggioranza più netta, diminuiscono le probabilità che il risultato resti sospeso e che la formazione del governo dipenda da negoziati post-elettorali. Naturalmente le forze dell’opposizione contestano in toto questa impostazione, sostenendo che le norme del Bignami bis avvantaggino la coalizione oggi più forte.

Per il centrosinistra si aggiunge anche la preoccupazione che qualora la coalizione di centrodestra vincesse nel 2027 con una maggioranza forte, governerebbe fino al 2032 e dato che nel 2029 ci sarà l’elezione del successore del Capo dello Stato Mattarella, a quel punto il centrodestra al governo avrebbe conquistato non soltanto un secondo mandato consecutivo, ma anche la possibilità d’incidere sulla principale carica di garanzia della Repubblica. Da tutto ciò si può ben comprendere quanto significato “abbia in pancia” lo snodo decisivo delle politiche del 2027.

Intanto, sono 770 circa gli emendamenti al Bignami bis presentati in Commissione Affari Costituzionali della Camera. Il testo base introduce la soglia al 42% per il premio di maggioranza ed elimina il ballottaggio. Il premio di maggioranza sarà assegnato alla stessa lista o coalizione solo se non ci saranno risultati difformi tra i due rami del Parlamento e resta fissato in 70 seggi alla Camera e 35 al Senato. In caso contrario, tutti i seggi saranno ripartiti proporzionalmente.

Nuova legge elettorale, Bignami bis in aula il 26 giugno – Fonte: Virgilio

Dalla maggioranza sono arrivate solo poche correzioni tecniche al testo, a partire da quella che riguarda il voto degli elettori di Trentino-Alto Adige e Valle d’Aosta (regioni dove gli elettori non potevano concorrere alla definizione del premio di maggioranza) e da una specifica sulla salvaguardia delle prerogative del Capo dello Stato per quanto riguarda l’indicazione del premier che resta, comunque, un punto fermo della riforma.

Tra i nodi da sciogliere c’è la questione delle preferenze, attualmente non previste nel testo base. Il tema delle preferenze (sul quale insistono FdI e Nm) verrà demandato all’aula, come fa sapere il responsabile organizzativo di Fdi, Giovanni Donzelli. Non per i vanacciani, però, che hanno depositato tre proposte di modifica nel loro pacchetto che comprende anche una misura definita «anti-woke elettorale», ovvero una stretta sulla quota di genere obbligatoria nelle liste.

Su 770 emendamenti 326 sono delle opposizioni (Pd, M5s, Avs, Iv e Più Europa). Tra di essi, 322 sono quelli soppressivi del testo base, a scopo ostruzionistico, incluso quello per la cancellazione dell’indicazione obbligatoria del nome del candidato premier: questione aperta e assai scivolosa per il campo largo che deve scegliere chi sia, tra Schlein e Conte, la sua figura di riferimento come possibile premier.

Un emendamento unitario, a prima firma M5s, riguarda i fuori sede e uno, a prima firma Pd, si riferisce al Trentino-Alto Adige e al conteggio dei voti riportati in questa circoscrizione per la determinazione delle cifre elettorali nazionali delle liste e delle coalizioni di liste, nonché del totale dei voti validi nazionali. Un altro emendamento riguarda gli scorrimenti, cioé l’attribuzione del premio non tramite listone nazionale, bensì sulla base dei migliori risultati nei collegi e infine uno, a prima firma Avs, che affronta il tema della parità di genere (sostituisce la proporzione del 60/40% con 50/50%). Un emendamento unitario (ma non sottoscritto da Iv) riguarda le firme digitali per la presentazione delle liste (l’ha presentato anche FnV).

Ci sono poi gli emendamenti dei singoli partiti di opposizione, come quello di Più Europa sul Mattarellum e quello del M5s sul proporzionale con preferenze. Azione ha depositato un complesso articolato di emendamenti, per una radicale riscrittura del testo, prevedendo il ritorno a un proporzionale puro, con un premio di maggioranza del 5% (10 seggi al Senato e 20 alla Camera) per la lista o la coalizione che abbia superato il 50% dei voti.

Daniela Binello