Le commemorazioni del 2 giugno sono tristemente occasione per cedere alla retorica

Si avvicinano le celebrazioni per la Festa della Repubblica. Tra le fasi storiche che hanno caratterizzato la vita politica della nostra nazione non può che tenersi in elevata considerazione questo snodo, e più nello specifico una data: 2 giugno 1946, quando gli italiani furono chiamati a scegliere tra Repubblica e Monarchia. La scelta oggetto del quesito referendario fu certamente impegnativa visto che, per la prima volta, si era presentata una votazione a suffragio universale a cui parteciparono anche le donne di età superiore ai 21 anni.

Parteciparono ventiquattro milioni di italiani e, circa tredici, scelsero la Repubblica, contro i dieci che puntarono sulla Monarchia. Sappiamo quanti dubbi e interpretazioni alternativa abbia suscitato questo frangente della storia politica del nostro paese con una parte sostanziale della nostra opinione pubblica che riteneva e ritiene tutt’oggi che questo risultato sia stato il risultato di brogli, laddove invece, senza rimaneggiamenti, avrebbe certamente trionfato l’opzione monarchica.

Fonte: ambkualalumpur.esteri.it

Infatti, nella fase di verifica dei voti espressi, furono poste numerose richieste di riconteggi da parte dei filomonarchici, alimentando la tensione e ponendo i presupposti per una guerra civile. Ipotesi alimentata dal gesto di Re Umberto II di Savoia che, pubblicamente, non riconobbe la Repubblica e lasciò l’Italia creando un vuoto governativo seppur colmato dall’emergenziale proclamazione di Alcide De Gasperi come Capo provvisorio dello Stato. Per altri, tuttavia, il gesto dell’ultimo sovrano sembrò riappacificare gli animi, stemperando invece quelle tensioni nate da un chiaro imbroglio a danno della stessa famiglia reale.

Ciò su cui occorre però concentrarsi è l’insoffribile carico di retorica che questa festa incarna e che ogni anno torna a visitarci con essa. Nessuna persona di buon senso si opporrebbe mai ai legittimi festeggiamenti per la nascita della Repubblica, ovvero del sistema che regge le vicende politiche italiane da quasi un ottantennio.

Quello però che risulta urticante e altamente svilente degli stessi accadimenti storici che si vorrebbero commemorare è appunto questo empito di retorica, di frasi vuote, di conformismo, di gregarismo, di trasformazione del ricordo di un evento storico in una mera convenzione, di un’abitudine, di un automatismo spogliato del suo profondo senso storico.

Che le persone comuni non abbiano una penetrazione profonda del senso storico di questi eventi complessi e distanti non meraviglia né contrista più di tanto, ma che i componenti di quella che in altre epoca veniva definita intellighenzia, del mondo della cultura e del giornalismo, il quale si limita a sbrodolare frasi formulari e luoghi comuni, veri e propri mantra memorizzati e scarsamente sentiti, figuriamoci compresi, è quello sì una realtà piuttosto desolante da testimoniare.

Quello che accade ogni anno il 2 giungo fa, come è ovvio, il paio con il fenomeno a cui, invece, assistiamo gli altri 364 giorni dell’anno solare, ovvero l’asservimento psicologico, l’adulazione tanto intensa, che di rigore dovrebbe provocare fastidi allo stesso ricevente, nei confronti del Presidente della Repubblica e della sacralità della sua funzione. Anche qui nessuno suggerisce che sia particolarmente opportuno ricoprire di contumelie e ingiurie, per il semplice piacere di farlo, quella che nel nostro ordinamento figura come più alta carica dello Stato, ma il tacitarsi di ogni pronunciamento della facoltà critica dinanzi al solo evocare il nome del Capo dello Stato è davvero un qualcosa di raccapricciante e, ancora una volta, mortificante.

Ma sappiamo che questo 2 giugno e i restanti 364 giorni non faranno assolutamente, nemmeno quest’anno, eccezione.

Alberto Fioretti