Cosa ci dice la sopravvivenza di un vetusto istituito come quello dei senatori a vita?
La nostra Costituzione (art. 59) prevede da un lato che il Capo dello Stato uscente assuma di diritto la carica di Senatore a vita e dall’altro che proprio il Presidente della Repubblica possa “nominare senatori a vita 5 cittadini” durante il suo mandato tra coloro che hanno onorato la Patria per altissimi meriti nel campo sociale, scientifico, artistico e letterario.
Questo limite numerico è stato negli anni oggetto di interpretazioni differenti. Infatti, dal 1949 al 1980 è sempre stato rispettato alla lettera quale numero massimo di Senatori a vita: oltre ai presidenti emeriti, in questi anni non sono mai stati più di 5 i Senatori che sedevano contemporaneamente a Palazzo Madama.
Tuttavia, Pertini e Cossiga interpretarono l’art. 59 diversamente, considerando il numero di 5 come il limite di Senatori a vita nominabili da ogni Presidente.
Fu Scalfaro a ripristinare la lettura restrittiva della Costituzione e durante il suo mandato non nominò Senatori a vita, ricordando di aver partecipato al dibattito dell’Assemblea costituente: “la chiarezza della norma costituzionale non consente altra interpretazione se non quella che indica nel numero massimo di cinque i senatori a vita di nomina presidenziale”.
Interpretazione adottata anche da Sergio Mattarella che, infatti, ha nominato solo Liliana Segre per ricoprire l’unico seggio vacante.

Fonte: La Stampa
In ogni caso, il problema interpretativo è stato risolto con la legge costituzionale n. 1 del 2020, che ha stabilito definitivamente che il numero complessivo dei Senatori di nomina presidenziale non può in alcun caso essere superiore a cinque.
Questo istituto sembra decisamente obsoleto al giorno d’oggi, dacché rappresentava già nel corso della Prima Repubblica una sopravvivenza della vecchia Italia Regia, in cui il monarca concede unilateralmente per suo insindacabile giudizio, sotto forma di grazia e di concessione, lo scranno di rappresentante del popolo ad una figura eminente per un merito specifico che lui ritiene valevole di riconoscimento.
La prima impressione che un simile istituto comunica è certamente simile a quella emanata da polverosi colletti inamidati o simili ritrovati dell’Italia umbertina.
Questo excursus sui senatori a vita viene qui preso ad esempio per ricordare che nella nostra costituzione e nel nostro ordinamento vi sono ancora vetuste previsioni di legge, cariche e titoli che non potrebbero per altri versi essere più lontani dall’epoca in cui viviamo, ma continuano a sopravvivere “vampirescamente” e talvolta ad influenzare, benché minimamente, il nostro precario equilibrio politico.
Alberto Fioretti
