Trump contro tutti: attacca l’Europa e il Papa
«Due minuti». È il tempo in cui, secondo Donald Trump, l’Iran «farebbe saltare in aria l’Italia, se ne avesse la possibilità». La frase, scolpita in una telefonata di sei minuti con Viviana Mazza del Corriere della Sera, è la chiusa di uno strappo che nessuno, fino a un mese fa, credeva possibile. Due minuti, a volerli contare diversamente, sono anche quelli serviti a Giorgia Meloni per perdere lo status di principale alleata europea del presidente americano — un ruolo che si era cucita addosso dal 2024, unica leader dell’Unione presente all’inaugurazione del suo secondo mandato.
Rientrando a Washington dalla Florida, Trump attacca frontalmente Papa Leone XIV — primo pontefice statunitense, eletto nell’aprile 2025 dopo la morte di Francesco — definendolo «debole sulla criminalità» e «terribile in politica estera». Aggiunge, via Truth, che senza di lui «Leone non sarebbe in Vaticano» e che il pontefice «non capisce cosa sta succedendo in Iran», dove la guerra scatenata da Stati Uniti e Israele il 28 febbraio ha prodotto, secondo l’ong Hrana, almeno 3.597 vittime, di cui 1.665 civili. Il Papa, nei giorni precedenti, aveva definito «inaccettabile» la minaccia al popolo iraniano e condannato il «delirio di onnipotenza» che alimenta i conflitti.
Meloni rompe gli indugi. In una dichiarazione poi ribadita a Verona, al Vinitaly, bolla come «inaccettabili» le parole del presidente e rivendica un principio di metodo: «Non mi sentirei a mio agio in una società nella quale i leader religiosi fanno quello che dicono i leader politici. Non in questa parte del mondo». Lo stesso giorno, sospende il rinnovo automatico del memorandum di difesa con Israele; pochi giorni prima, aveva negato a Washington l’uso della base di Sigonella per due voli militari diretti in Medio Oriente. Il segnale, per chi sa leggerlo, è già tutto lì.
La replica di Trump arriva il giorno dopo, ed è personale prima ancora che politica. «Pensavo avesse coraggio, mi sbagliavo. Non è più la stessa persona. Non abbiamo più lo stesso rapporto». Poi la stoccata strategica: l’Italia compra il petrolio che transita per lo Stretto di Hormuz ma rifiuta di contribuire a difenderlo, la Nato è «una tigre di carta», Meloni pretende che «l’America faccia il lavoro per lei». Non risparmia neppure Viktor Orbán, appena sconfitto alle urne: «Era un mio amico. Non ha lasciato che la gente venisse a rovinare il suo paese, come ha fatto l’Italia».

Fonte: Avvenire
Ciascuna delle due posizioni ha una sua coerenza. Trump parla la lingua di una potenza in guerra che chiede agli alleati di scegliere, non di mediare: lo Stretto di Hormuz è la valvola di quasi un quinto del petrolio mondiale, e Washington rifiuta di pagarne da sola la riapertura. Meloni, dal canto suo, si muove nel perimetro dell’articolo 11 della Costituzione e di un’opinione pubblica già scossa dal rincaro dell’energia. Due razionalità che, fino a ieri, convivevano; oggi collidono.
Ciò che rende questo strappo diverso dai precedenti dissidi transatlantici è la sua densità simbolica. In meno di settantadue ore il presidente americano ha attaccato, in sequenza, un papa americano, un governo amico, l’Europa «che si distrugge dall’interno» e la Nato. Matteo Salvini, alleato storico del tycoon, ha preso le distanze («Né saggio né utile»); Sergio Mattarella ha espresso solidarietà al pontefice; Matteo Renzi ha parlato di «aggressione senza precedenti da secoli». L’analista di Limes Piero Schiavazzi ha osservato, con formula destinata a restare, che «il Leone ha cominciato a ruggire»: cercando un bersaglio, Trump si è scelto il peggiore possibile — un papa statunitense che può parlare, in inglese, allo stesso elettorato cattolico che lo ha votato.
Resta la domanda che peserà sul mese a venire: quanto dell’infrastruttura pazientemente costruita da Meloni — il ponte Washington-Roma, il sostegno a Kiev, la mediazione fra Bruxelles e Casa Bianca — può reggere a un abbraccio che si ritira? E quanto costerà, all’Italia, essere passata dall’essere chiamata «grande amica» a essere chiamata «inaccettabile» nel giro di trenta giorni? Nell’immediato, lo strappo apre a nuovi rialzi energetici e a dialoghi più ruvidi dentro l’Unione. Nel lungo periodo, obbliga l’Europa alla domanda che da anni rimanda: che cosa significhi, oggi, essere alleati di una superpotenza che non distingue più, con nettezza, gli amici dagli avversari.
Federico Viola
