Un mosaico di crisi intrecciate che compongono quello che sempre più analisti definiscono come nuovo disordine mondiale
Venezuela, Iran, Groenlandia. Tasselli di un incredibile partita di Risiko i cui dadi sono nelle mani degli USA. Un modello ritenuto esportabile e indiscutibile, quello degli Stati Uniti, che a guardare da vicino, più che un faro di democrazia appare un cono d’ombra, in cui la retorica democratica maschera le contraddizioni interne e le tendenze imperialiste.
Ciò che emerge dagli ultimi accadimenti è un mosaico di crisi intrecciate — guerre regionali, competizione tra grandi potenze, collasso delle regole multilaterali — che compongono quello che sempre più analisti definiscono un nuovo disordine mondiale.
Washington continua a presentarsi come garante dell’ordine globale, ma i fatti raccontano una storia diversa. Le scelte di politica estera americana degli ultimi anni appaiono guidate più da interessi interni e calcoli elettorali che da una visione coerente del mondo. Dall’Europa orientale al Medio Oriente, dall’Indo-Pacifico all’Africa, l’intervento statunitense — diretto o indiretto — sembra aver moltiplicato le linee di frattura invece di ricomporle.
Il conflitto in Ucraina è emblematico: sostenuto come una battaglia per la difesa della democrazia, è diventato anche un terreno di scontro geopolitico in cui l’America rafforza la propria leadership sulla NATO. L’Unione Europea, più che attore autonomo, appare spesso come un’estensione della strategia statunitense, priva di una vera voce diplomatica indipendente.
In Medio Oriente, il copione non cambia. Gli Stati Uniti oscillano tra il sostegno incondizionato ai propri alleati storici e appelli tardivi alla moderazione, perdendo credibilità come mediatori. Decenni di interventi militari, cambi di regime e promesse mancate hanno lasciato in eredità instabilità cronica, sfiducia e un profondo risentimento verso l’Occidente, di cui Washington è il principale simbolo.

Fonte: HuffPost
Nel frattempo, la competizione con la Cina e la contrapposizione con la Russia vengono raccontate come una nuova “guerra fredda”, ma senza le strutture di controllo e dialogo che, nel passato, evitarono lo scontro diretto. Sanzioni, guerre tecnologiche e pressioni economiche diventano strumenti ordinari, alimentando un clima di confronto permanente che rischia di trascinare il mondo in una polarizzazione sempre più pericolosa.
Il paradosso è evidente: la potenza che si propone come pilastro della stabilità globale è oggi uno dei principali fattori di instabilità. L’unilateralismo americano, mascherato da difesa dei “valori democratici”, ha progressivamente svuotato le istituzioni internazionali, riducendole a strumenti selettivi, utili solo quando confermano gli interessi di Washington.
Il nuovo disordine mondiale nasce da una lunga serie di scelte politiche che hanno privilegiato la forza sulla diplomazia, l’interesse nazionale sul bene collettivo. Finché gli Stati Uniti continueranno a esercitare la propria leadership senza assumersi pienamente la responsabilità delle conseguenze, il mondo resterà intrappolato in un equilibrio fragile, segnato da conflitti latenti e crisi ricorrenti. E il prezzo più alto, come sempre, lo pagherà la comunità internazionale. O quel che ne rimane.

Fonte: Fondazione per la Sussidarietà
La libertà di espressione è sacra, finché non mette in discussione i poteri economici, l’industria bellica o il mito dell’eccezionalismo americano. I media, formalmente liberi, sono spesso ostaggio di grandi conglomerati finanziari, e il dibattito pubblico si riduce a una polarizzazione tossica che soffoca ogni pensiero critico reale. È questo il modello di democrazia USA? Da esportare ed esportato? O quella in cui ancora oggi c’è la pena di morte nella metà degli States?
E mentre un’agente della polizia antimmigrazione uccide con tre colpi di pistola in pieno volto un’innocente, gli USA sostengono regimi autoritari all’estero, rovesciando quelli scomodi e ignorano il diritto internazionale quando intralcia i propri obiettivi strategici. La democrazia diventa così un’arma retorica, non un principio: viene difesa, o tradita, a seconda della convenienza.
Intanto le disuguaglianze economiche minano le fondamenta del sistema sociale americano ed una ristretta élite, che finanzia le campagne elettorali, influenza leggi e condiziona la politica pubblica, e la conflittualità si sfoga fuori dai confini, sui Paesi con maggiori riserve di gas e petrolio che, se non allineati alle strategie economiche e finanziarie, rischiano di vedersela con l’America o “con le buone o con le brutte”.
Il problema non è criticare l’America: il problema è esserne totalmente sudditi e non avere una postura seria, forte ed autorevole come Europa. Una democrazia che non accetta di essere messa in discussione smette di esserlo davvero. E finché gli Stati Uniti continueranno a predicare valori che non applicano pienamente né in casa né fuori, la loro lezione di democrazia resterà, per molti, poco credibile e sempre più ipocrita.
Alberto Siculella
