La febbre diplomatica è salita tra le due rive dell’Oceano Atlantico

Chi, solo qualche anno fa, avrebbe immaginato che per difendere la Groenlandia la Danimarca avrebbe schierato un contingente di mille soldati danesi per difendere l’isola dei ghiacciai, mettendo a capo il capo di stato maggiore dell’esercito di Copenaghen? Davvero pochi osservatori.

Un deterrente di dimensioni modeste, ma forte simbolicamente nei confronti delle mire di acquisizione e di annessione del Presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Trump ha fatto saper che la conquisterà usando ogni mezzo “con le buone o con le cattive”. Il governo danese definisce l’isola il «Territorio speciale», ricordando, per chi lo avesse dimenticato che è legata al Regno di Danimarca.

La partita tra Unione europea e Stati Uniti si è aperta, mentre in ballo ci sono anche altri dossier come ad esempio il sostegno all’Ucraina, con uno sguardo a Gaza. Ogni decisione appartiene ad un domino, una partita dalla quale dipende la sorte di popolazioni, territori e paesi.

La febbre diplomatica è dunque salita tra le due rive dell’Oceano Atlantico, lo strumento brandito da Trump, come sempre, è la minaccia dei dazi, ulteriori dazi pari al 10% su tutte le merci esportate negli Stati Uniti da otto nazioni, a partire dal primo febbraio: Danimarca, Norvegia, Svezia, Francia, Germania, Regno Unito, Olanda e Finlandia. La reazione è arrivata subito con una dichiarazione unica degli Stati europei «come paesi membri della Nato».

Fonte: Corriere della Sera

Hanno sottolineato la decisione di «rafforzare la sicurezza artica come interesse transatlantico condiviso», lo testimonia l’esercitazione danese denominata Arctic Endurance, ritenuta necessaria, ma con nessun significato recondito e aggressivo.

Di altro parere Trump che in una dichiarazione è arrivato a dire che così facendo si metteva in difficolta persino i sistemi di sicurezza americani. È chiaro che per i paesi europei è in discussione un principio dirimente per l’Unione e per ogni singolo stato, la sovranità nazionale.

A ricordare al Presidente degli Stati Uniti sono stati, seppur in ordine sparso, tutti i leader del vecchio continente, a partire dal premier britannico Starmer, che in un colloquio telefonico con Trump ha con forza indicato nell’ipotesi di nuovi dazi un grave errore. Le capitali europee continuano a confidare nella diplomazia, volendosi attestare però prima su posizioni di forza per poi sedersi al tavolo delle trattative.

Fonte: Ruminantia

Sono consapevoli di poter disporre di numerose contromisure da spendere sul campo.

Una delle più potenti, non solo per come viene definita, è il “bazooka” di Macron, finora mai “impugnato” dal Presidente francese. In cosa consiste? L’acronimo è “Aci”, che sta per strumento anti-coercizione, in essere dal dicembre del 2023, da usare come deterrente contro “Paesi terzi che esercitano una pressione economica deliberata sull’Ue o un suo Stato membro per condizionarli nelle scelte politiche ed economiche applicando, o minacciando di applicare, contro l’Ue o un suo Stato misure che incidono sul commercio o sugli investimenti”. Soprattutto quando la cosiddetta nazione terza “agisce per interferire con le

legittime scelte sovrane dell’UE e dei suoi Stati membri”.

Gli interventi vanno dai dazi, alle limitazioni nel mercato europeo al commercio di prodotti e di servizi digitali e finanziari oppure ad esempio investimenti stranieri. La Commissione di Bruxelles può attivare l’Aci autonomamente o su richiesta di un paese membro.

In quattro mesi deve attraverso una analisi se esistono le condizioni per attivarla, dopodiché la presenterà al Consiglio, dopo l’attivazione si chiederà, prima dell’applicazione, al paese terzo di interrompere i comportamenti e le azioni. Se non cesseranno partirà la risposta europea.

Insomma, la partita a scacchi che riguarda l’isola è iniziata. É chiaro che quale sia il motivo scatenante, dai piani di difesa strategici militari alle immense ricchezze custodite sotto i ghiacci, la posta in gioco è immensa.

Luigi Marra