Cosa rimane delle idee politiche centrali della loggia P2 nella visione dei partiti e dei loro elettori?
Se Licio Gelli e la storia italiana fossero due rette parallele, si incontrerebbero comunque. Perché Gelli, checché se ne dica (e tanto se ne può dire), è stato innegabilmente tutto: in primis, un mistero continuo tanto criptico quanto affascinante.
Il 17 marzo 1981, quarantacinque fa, nel corso di una perquisizione nella sua “Villa Wanda” di Arezzo, crocevia di tutto e tutti, la scoperta agghiacciante: una infinita lista di nomi, un vero e proprio “Stato nello Stato”, contenente gli appartenenti alla loggia massonica “Propaganda 2”, costituita da finanzieri, parlamentari, banchieri, capi dei servizi segreti, giornalisti, industriali, i più alti gradi delle forze armate.
Tutti capitanati da un uomo, fino ad allora sconosciuto, iniziato alla Massoneria nel 1963 e abile manovratore sin dalla gioventù, quando, da ufficiale di collegamento tra il governo fascista e il Terzo Reich, finì per fare il doppiogiochista e collaborare con i partigiani, poiché il nazifascismo pareva prossimo alla decaduta.
Di lui si è ipotizzato il collegamento con tutto: Golpe Borghese, Servizi Segreti italiani, Cia, “Caffè avvelenato” di Sindona, Organizzazione Gladio, Roberto Calvi (trovato impiccato sotto il Blackfriars Bridge, a Londra), scandalo del Banco Ambrosiano, Strage di Bologna (di cui, peraltro, l’11 Febbraio 2020, è stato indicato come uno dei quattro organizzatori dalla Procura di Bologna).
Della P2, però, si è rivelato ben poco, costretti a rimanere sempre con quell’amaro in bocca, incapaci di ricostruire perfettamente un’ombra paradossalmente così imponente.

Fonte: la Repubblica
Licio Gelli è stato tante cose, perlopiù ad oggi ritenute negative, ma etichettarlo e riporlo nell’angolino buio riservato ai “cattivi” del Paese sarebbe illogico, perdendo una trama così intricata da essere degna dei migliori gialli.
Lo si può studiare in tutti i suoi particolari, si può leggere su di lui e sulla loggia, ascoltare perfino tutte le sue interviste, peraltro poche e, per lo più, rilasciate in tarda età, ma una cosa è certa: del “Maestro Venerabile” e della P2 non si sa abbastanza, o, forse, non si potrà mai sapere più di tanto.
Dopo che sono trascorsi oltre quarantacinque anni dalla scoperta, effettuata dai magistrati Giuliano Turone e Gherardo Colombo, dei documenti che attestavano l’esistenza della scioccante loggia Propaganda 2 e del suo “piano di rinascita democratica”, di cui Gelli era l’organizzatore e maestro “venerabile”, ci si chiede quanto sia penetrato della visione di Gelli, per quanto riguarda la necessità di limitare certi poteri percepiti come disfunzionali e negativi, nell’attuale visione delle forze partitiche in parlamento e in quella dei loro elettori.
Vi sono infatti diversi indicatori che ci mostrano che quel sentimento di stanchezza e sfiducia nei confronti di un parlamentarismo percepito come lento e inutile, di un potere giudiziario percepito come arbitrario e sottratto a un controllo politico, capace di bloccare a sua volta e inficiare l’agire dei politici e degli amministratori e la conseguente, improrogabile esigenza di accentrare e stabilizzare il potere esecutivo rappresenti per lo meno un idem sentire, una corrispondenza di amorosi sensi con la visione che aveva animato Gelli e il suo tentativo di risistemare quella che a lui appariva come una sconquassata e incapace macchina statale.
Alberto Fioretti
