Antonello Falqui è stato definito da Carlo Verdone come “il Luchino Visconti del varietà televisivo”
Alla Festa del Cinema di Roma, è stato presentato in anteprima “Le mille luci di Antonello Falqui”, il nuovo documentario firmato da Fabrizio Corallo. Un titolo poetico per un racconto che illumina una figura centrale, e troppo spesso dimenticata, della televisione italiana: Antonello Falqui, il regista che trasformò il varietà in arte.
Falqui, nato cento anni fa, viene definito da Carlo Verdone come “il Luchino Visconti del varietà televisivo”.
E in effetti, guardando il documentario, è impossibile non riconoscere in lui la stessa cura maniacale per l’immagine, la stessa ricerca del bello e del giusto ritmo. Corallo, con sensibilità e rigore, costruisce un affresco di testimonianze e materiali d’archivio che restituisce la statura di un artista completo, raffinato, esigente, che seppe dare alla televisione una forma e un’anima.

Fonte: Corriere della Sera
Attraverso le parole e i ricordi di Renzo Arbore, Christian De Sica, Gianni Morandi, Pippo Franco, Leopoldo Mastelloni, Massimiliano Pani, Maurizio Micheli, Aldo Grasso, e molti altri, Le mille luci di Antonello Falqui diventa un viaggio nella memoria collettiva del Paese.
Scorrono sullo schermo immagini che hanno segnato un’epoca: la leggendaria Canzonissima del 1959 con Delia Scala, Nino Manfredi e Paolo Panelli; Mina in Studio Uno; le gemelle Kessler in castigata calzamaglia nera; Sordi che urla “Sei ’na fagottata de roba!”; fino al caleidoscopio musicale di Dove sta Zazà con Gabriella Ferri.
È un film che parla di televisione, certo, ma anche, e forse soprattutto, di un’Italia che sapeva ancora stupirsi davanti allo schermo.
Un’Italia che costruiva spettacoli con maestri e artigiani, con prove infinite e un rispetto profondo per il pubblico.
Guardandolo, è difficile non provare un moto di nostalgia. Personalmente, mi ha riportato all’infanzia, a quei momenti in cui la sera ci si riuniva in famiglia per guardare la televisione insieme. Quando la TV non era rumore di fondo, ma un rito condiviso.
E in sala, tra un sorriso e un nodo alla gola, mi sono sorpreso a pensare che forse Falqui non faceva solo spettacoli, creava momenti di grazia.
Con questo documentario, Fabrizio Corallo non si limita a celebrare un grande regista, ma ci restituisce il senso di una televisione che sapeva essere cultura popolare nel significato più alto del termine.
Un atto d’amore verso un’epoca che non c’è più, ma che continua, come le mille luci del titolo, a brillare nel nostro immaginario.
Luca Pierangelo Stadroni
