Guillermo del Toro trasforma il mito in una preghiera d’amore. Jacob Elordi è il figlio che perdona il padre

Nell’ombra glaciale dell’Artico, tra ghiacci antichi che scricchiolano sotto il peso delle ossa, Guillermo del Toro realizza finalmente il film che pareva destinato ad attendere tutta una vita. Con Frankenstein il regista messicano dà nuovo battito al classico di Mary Shelley, lo scolpisce in un gotico contemporaneo e lo fa respirare, ma non come lo ricordavamo. 

L’antico mito del dottor Victor Frankenstein che diventa creatore e, a sua volta, prigioniero della sua stessa creazione, è stato raccontato decine di volte sul grande schermo. Dal volto bloccato e immortale di Boris Karloff nel 1931, alle versioni più moderne che hanno deformato o ironizzato il soggetto. Ma qui Del Toro non cerca né l’omaggio vacuo né la riscrittura radicale, piuttosto, la riscoperta di un cuore, di carne, ossa, silenzi. 

Ecco la sorpresa più riuscita. L’attore Jacob Elordi nel ruolo della Creatura. Non un mostro scolpito per suscitare solo terrore, ma un figlio che perdona il padre. Un essere che ha ricevuto vita, abbandono, educazione al dolore, e che oggi guarda il mondo con occhi che contengono l’infinito. Il corpo di Jacob Elordi, riconoscibile e al tempo stesso al servizio di un’operazione di trucco, un incarnato azzurrognolo, ferite che sembrano mappa del tempo, diventa strumento di riflessione, “mostro” sì, ma anche specchio. 

Nel contrappunto c’è Oscar Isaac, che incarna Victor Frankenstein, genio colmo di orgoglio, padre e fratello, creatore e vittima.

Fonte: Orgoglio Nerd

Del Toro non risparmia la tragedia della responsabilità. Ogni scintilla in laboratorio è un grido, ogni ingranaggio promette la caduta. Ma non è solo la fine che interessa, è il risveglio, il domandarsi chi siamo e cosa chiediamo agli altri. Nel mito di Frankenstein c’è sempre stata la domanda «chi è il vero mostro?». Qui la risposta non è mai netta, è sospesa come un pendolo nel cervello dello spettatore.

I richiami al passato sono presenti, in modo sottile e consapevole, lo sguardo sull’essere creato ricorda Karloff, certo, ma non si ferma lì. Il cinema dei mostri ha avuto il suo splendore nelle luci di studio, nei set artigianali, nel terrore che faceva vibrare le poltrone. Questo film invece sembra farci sfiorare l’aldilà della paura, della pietà, della bellezza della deformità, l’orrore come manifestazione di un cuore spezzato. Del Toro ha dichiarato di non voler fare un horror puro: «Non sto facendo un film dell’orrore», ha detto. «È una storia di padre, di figlio». 

E quindi veniamo al nocciolo, quel figlio che perdona il padre. La Creatura, non semplicemente assemblaggio di pezzi, apprende, impara, legge, spera. E quando la follia del creatore si abbatte, non risponde solo con distruzione, ma con un amore tradito che conserva. Il perdono non è consolazione facile, è riconoscimento della fragilità. È il gesto immenso e silenzioso di chi sa che chi ha creato ha anche abbandonato.

Dal momento in cui la macchina di vita si accende, alla deriva nell’abisso ghiacciato, fino alla resa dei conti sul bordo della distruzione. Il film scorre con eleganza, eppure con peso. Tutto si piega davanti alle immagini di Del Toro che rendono sacro il peccato della creazione. Si pensi alla scena in cui la Creatura, nel suo isolamento, tocca le mani del padre-creatore come chi cerca un anello perduto, non un mostro che vuole distruggere, ma un figlio che vuole essere visto. E il padre, nemmeno più così padre, sta lì con la sua penombra di rimorsi, con il ghigno del successo che ha dimenticato la compassione.

Tecnicamente, il film è sontuoso. Le location, da Toronto a Edimburgo, la fotografia che piega le luci al timore e alla speranza, la colonna sonora di Alexandre Desplat che avvolge il gotico come un mantello di velluto nero. Ma non bastano gli effetti perché quello che conta è che si senta che sotto la pelle ricucita c’è un battito fragile.

Del Toro non cede all’idea che sia solo un “film di mostri”. È un film sulla creazione, sull’abbandono, sul perdono, un film che onora il passato e lo trascende. Del Toro non ignora i predecessori, li saluta, li riverisce, li rovescia. Ed è per questo che la visione è doppia poiché sai cosa stai per vedere, la tragedia di Frankenstein e, al tempo stesso, non sai davvero cosa ti aspetta. Perché questo mostro, questo figlio, ha qualcosa di divino.

Per chi ama il cinema che ha ancora le radici nella paura e nella meraviglia, per chi capisce che “buio in sala” non significa solo oscurità, ma anche spazio per pensare, questo film è un invito.

E se nel buio qualcuno tra le poltrone trattiene il respiro, sappia che non è per la paura, ma per l’emozione che tarda a smettere di vibrare.

Alessandro Tartaglia Polcini