L’ex generale, ex leghista, eurodeputato in carica, fa votare i tre deputati di Futuro Nazionale contro la fiducia al governo Meloni, spiegando qual è la sua strategia per contare. Per la destra al governo è una gatta da pelare
Via libera alla Camera alla questione di fiducia posta dal governo il 31 marzo (la prima dopo l’esito referendario) sul decreto energia con 203 sì, 117 no e 3 astenuti; dopo di che sono stati esaminati i 63 ordini del giorno, a cui è seguito l’ok definitivo al provvedimento con 157 sì e 93 no. Le opposizioni hanno contestato in toto il decreto, bollandolo come «assolutamente inutile ed emblematico del fallimento del governo».
Si tratta di un pacchetto di misure del valore complessivo stimato in circa 5 miliardi messo in campo dal Consiglio dei Ministri lo scorso 18 febbraio per mitigare l’aumento dei costi delle bollette elettriche per famiglie e imprese. Nel frattempo, però, lo scoppio del conflitto in tutto il Medio Oriente rende ben poco incisive le misure urgenti varate, come il bonus straordinario di 115 euro per i più fragili in regime di maggior tutela (circa tre milioni di persone), dato che nei prossimi tre mesi la bolletta elettrica aumenterà dell’8,1%. A dirlo è l’Arera, l’autorità di regolazione delle reti energetiche che ha comunicato l’andamento delle tariffe (in media 0,3024 centesimi di euro a kilowattora per uso domestico): una stangata che rende il decreto testé approvato già superato dalla realtà dei fatti.
Il testo di 20 articoli passa al Senato per essere approvato entro il 20 aprile. Oltre al bonus di 115 euro per i più fragili è previsto anche un bonus volontario da parte delle aziende venditrici di elettricità per chi ha un Isee inferiore a 25 mila euro l’anno e, tra le altre misure, c’è l’aumento del 2% dell’Irap (al 5,9%) per chi produce, distribuisce e fornisce energia e gas, con l’obiettivo di tagliare gli oneri di sistema per le Pmi (Asos). Sono poi disposti dei rimborsi parziali sui costi dei certificati Ets, ma sul meccanismo di compensazione si renderà necessario l’ok di Bruxelles, in quanto per le forme di aiuti di Stato è necessaria questa ulteriore formalità.
Ma con l’occasione di votare il decreto energia non si è fatto attendere il primo show down della minibrigata dei vannacciani, ovvero il trio di deputati (Sasso, Pozzolo e Ziello) che hanno ricevuto l’ordine di negare la fiducia al governo e votare “niet” anche al provvedimento, ubbidendo così alle regole d’ingaggio stabilite dal loro leader, l’ex generale Vannacci, ex vicesegretario leghista ed eurodeputato in carica.

Roberto Vannacci – Fonte: Wikipedia
La consegna era funzionale alla «tattica della moglie e la trippa», come ha sciorinato alla stampa lo stesso Vannacci dal suo nuovo ufficio romano, un locale di 80 metri quadri messo a disposizione di Futuro Nazionale da Stefano Ruvolo (imprenditore siciliano). Situato in via di San Lorenzo in Lucina, a due passi da Palazzo Chigi e Montecitorio, Vannacci ha spiegato che la trippa è un piatto classico della cucina romana, ma non è detto che ti piaccia come te lo cucina tua moglie. Non essendo però motivo di divorzio, basta chiederle di non cucinarti più la trippa.

Sede di Futuro Nazionale – Fonte: Adnkronos
Fuor di metafora, il voto di fiducia al governo, secondo Vannacci, è un po’ come respingere la trippa, ma non ha lo stesso significato del voto sul provvedimento: a quello si dice no solo se è cucinato male. E così hanno fatto i tre deputati vannacciani, compresa la reprimenda di Ziello di Fnv: «Da quando ci siamo costituiti abbiamo sempre tenuto la porta aperta a Meloni, votando a favore della fiducia, ma mantenendo la nostra contrarietà su tematiche come il sostegno all’Ucraina, affermando che il nostro perimetro è e rimane quello alternativo alla sinistra. Inspiegabilmente siamo stati ignorati dal presidente del Consiglio e le nostre proposte, a favore degli italiani, sono state tutte rigettate. Evidentemente Meloni ha scelto di non volere il generale Vannacci. Noi ne prendiamo atto con rammarico e siccome la fiducia deve essere reciproca non possiamo più votargliela. Questa posizione rimarrà tale finché continueranno a esserci indifferenza e censura».
Dopo la sconfitta al referendum il governo Meloni deve guardarsi le spalle anche a destra per l’offensiva orchestrata da Vannacci che mira alle politiche del 2027 e intanto incassa il sostegno di Gianni Alemanno che, attraverso due degli uomini di Indipendenza, il movimento dell’ex sindaco di Roma, detenuto a Rebibbia per aver violato gli arresti domiciliari, hanno confermato di confluire in Fnv. Si tratta del presidente Massimo Arlecchino e di Felice Costini, vicesegretario di Indipendenza, che dichiarano all’unisono: «La nostra è una scelta virtuosa e rara, ci spogliamo del nostro vestito per indossarne uno più ampio, mantenendo la nostra essenza. Stiamo rinunciando al nostro simbolo, perché con il generale iniziamo una battaglia comune». È un arricchimento per una destra autentica, pura e orgogliosa, il commento di Vannacci, che annuncia che confluirà in Fnv anche il Popolo della Famiglia di Mario Adinolfi.

Gianni Alemanno – Fonte: Roma Today
Per diversi analisti di meccanismi elettorali Fnv è una brutta gatta da pelare per la maggioranza, innanzitutto perché il partito di Vannacci si rivolge a un elettorato simile a quello dei partiti di destra al governo, come Fratelli d’Italia e Lega, e poi perché Fnv non è propriamente un soggetto esterno, bensì un concorrente interno allo stesso spazio politico. Se riuscisse ad attestarsi al 3%, o persino oltre la soglia di sbarramento, potrebbe sottrarre voti proprio ai partiti dell’attuale maggioranza, indebolendoli. Le posizioni polarizzanti di
Vannacci potranno spingere il dibattito pubblico più a destra sui temi identitari, costringendo i partiti attualmente al governo a scegliere se inseguirlo, rischiando di radicalizzarsi, o se differenziarsi, rischiando così di perdere manciate di elettori.
Daniela Binello
Fonte Foto Copertina : LaPresse
