Il partito dei fratelli Berlusconi vuole sostituire la vecchia guardia con dirigenti giovani e pimpanti

Il 12 giugno prossimo saranno tre anni dalla scomparsa del Cavaliere e Forza Italia guidata dal leader Antonio Tajani non entusiasma più di tanto Marina e Pier Silvio Berlusconi. La goccia che ha fatto traboccare il vaso è l’esito del referendum sulla separazione delle carriere, che brucia come la soda caustica su una ferita ancora aperta.

Il sogno di Silvio Berlusconi, per meglio dire la sua battaglia politica centrale, si è infranto sul muro del No, espresso dal 53,8% degli elettori che si sono recati alle urne, di cui, secondo alcune stime ex post, compresa quella del sondaggista Nando Pagnoncelli di Ipsos Italia, il 10% di chi ha votato contro la riforma sarebbe un sostenitore del partito forzista. Un segnale di discontinuità rispetto alla linea storica delle politiche liberali di Forza Italia in tema di giustizia che non poteva di certo passare inosservato da Marina Berlusconi che, così come suo fratello Pier Silvio, già da qualche tempo dichiarano apertamente l’intenzione di svecchiare le fila dei comandanti di turno, introducendo nel partito dei volti nuovi, anche al di fuori delle solite trite e ritrite schiere di politici di carriera, per ringiovanire e riorganizzare il partito a vocazione liberale, che a loro giudizio procede con un andamento troppo lento, attestandosi a sfiorare quel 9% che pare pressoché stabile, ma che non entusiasma i fratelli Berlusconi.

Antonio Tajani e Marina Berlusconi – Fonte: la Repubblica

La riflessione su come Forza Italia debba pensare al suo futuro era già iniziata prima del referendum. A dirlo è Roberto Occhiuto, presidente forzista della Regione Calabria e vicesegretario nazionale del partito, intervenuto a Start (Sky Tg24). «Poi è chiaro – aggiunge – che il referendum ha assopito ogni discussione su questo tema, perché era giusto combattere tutti insieme una battaglia comune, identitaria per Forza Italia». Da tempo ci si chiede, prosegue ancora il governatore calabrese, come Forza Italia possa continuare a essere un partito capace di innovare il centrodestra, ma, si affretta a precisare, «non è in discussione Tajani, che ha il merito di aver fatto sopravvivere il partito in questi anni complicati». Occhiuto si riferisce al pregio di Tajani per aver raccolto la non facile responsabilità di guidare il partito dopo la morte del fondatore, Silvio Berlusconi.

Eppure, secondo altri, sarebbe arrivato il momento, a un anno dalle politiche del 2027, di rinvigorire Forza Italia con nuove energie e contenuti innovativi, dall’economia industriale alla politica estera, di cui Tajani è attualmente il titolare, ma che nel governo Meloni non sa brillare di luce propria, dovendosi barcamenare con le bizze assai imprevedibili di Donald Trump. E poi c’è il tema dei diritti civili, particolarmente vicini alla sensibilità di Marina Berlusconi, che guarda ai giovani e al loro modo differenziato di concepire famiglia e tradizioni sociali.

Un partito dal profilo più moderno, insomma, e non una specie di clan di reduci della vecchia guardia. Ma la mutazione genetica non sarà facile, né soprattutto indolore, visto quello che è già successo, con le dimissioni pilotate di Gasparri, da capogruppo di Forza Italia al Senato, con il subentro al suo posto di Stefania Craxi, e la conseguente trepida attesa per le sue sorti di Paolo Barelli, attuale capogruppo degli azzurri alla Camera. La favorita, in questo caso, potrebbe essere Deborah Bergamini.

Stefania Craxi – Fonte: Quotidiano Nazionale

Ma ci sono anche altre carte da calare, dietro suggerimento dell’amico di famiglia Gianni Letta, come l’asso di cuori Giorgio Mulè, attuale vicepresidente della Camera, ottimo comunicatore e presenzialista televisivo, che potrebbe in futuro “fare le scarpe” a Tajani. Lo abbiamo incontrato domenica in un noto negozio del centro di Roma, giudiziosamente in fila alla cassa per pagare alcuni flaconi di profumo in confezione da regalo, mentre ricambiava i saluti di chi, fra i presenti, lo aveva riconosciuto. Nei giorni scorsi il nome di Mulè è finito nell’inchiesta relativa agli imprenditori Spalletta e Dattola, accusati dalla Procura di Roma di turbativa d’asta e traffico d’influenze per un presunto giro di gare truccate alla Difesa. Dalle intercettazioni, seppur citato de relato, sembra che Spalletta si sarebbe rivolto a Mulè (all’epoca sottosegretario alla Difesa) per la nomina a generale di un militare dell’Aeronautica. Mulè, tuttavia, si ritrova attaccato mediaticamente sul quotidiano La Repubblica, pur non essendo indagato, soltanto perché citato da una persona sospettata. «Aver fatto uscire il mio nome che non compare negli atti è uno sfregio di cui la Procura di Roma sarà chiamata a dare giustificazione», la replica del vicepresidente della Camera.

Per Tajani, intanto, dopo le trasferte istituzionali a Kiev e a Belgrado per firmare un accordo sull’Expo in Serbia, è previsto a Milano un faccia a faccia con Marina Berlusconi. Se ne capiranno presto gli effetti e se saranno nel segno della continuità, ma con un cambio di passo, oppure se la decisione su un avvicendamento al timone del partito avverrà nell’ambito del congresso nazionale del partito, come di solito accade nel galateo della politica.

Daniela Binello