La riforma della Corte dei Conti mostra quanto sia prioritario per la politica bloccare i controlli
La Corte dei Conti è un organo di rilievo costituzionale, inserita sia tra gli organi di garanzia della legalità e del buon andamento dell’azione amministrativa e di tutela degli equilibri di finanza pubblica, sia tra gli organi giurisdizionali.
Quanto alle funzioni di controllo, la Corte ha un duplice compito: quello di valutare, in via preventiva, la legittimità degli atti del governo e, poi, la gestione del bilancio dello stato e quello di gestione finanziaria degli enti cui lo stato contribuisce in via ordinaria. Il primo controllo ha come scopo quello di assicurare che un atto o un’attività siano conformi alla legge, il secondo tipo, invece, a verificare l’efficacia, l’efficienza e l’economicità dell’azione amministrativa rispetto agli obiettivi posti dalla legge.
Con riferimento alle funzioni giurisdizionali la Corte ha competenza nelle materie di contabilità pubblica, pensioni civili, militari e di guerra e in materia di responsabilità amministrativa e contabile.
Presso ogni sezione giurisdizionale della Corte dei conti è istituita una Procura, con funzioni di Pubblico Ministero. Egli ha il compito di dare avviò all’attività giurisdizionale, assumendo il ruolo di attore nel processo contabile per tutelare valori e interessi generali.
Il fatto che nelle ultime settimane il governo abbia messo nel mirino la suddetta corte, tentando di limitarne quel che viene rappresentato come uno strapotere da dover appunto frenare ci dice per l’appunto quali siano quelle realtà che la politica percepisce come fastidiose e vessatorie rispetto al suo operato.

Fonte: La Legge per tutti
La stessa, infatti, essendo incaricata di controllare indirettamente l’efficienza dell’operato della classe politica mette in campo involontariamente un’azione di disturbo rispetto al libero operare della suddetta classe politica a qualsiasi livello.
Il fatto quindi che si pensi di ridurre l’estensione del suo operato e delle sue competenze è fin troppo comprensibile. Il nucleo della riforma prevede che, nei rari casi in cui si potrà intervenire con l’azione di responsabilità, (la difficoltà è connessa ad altre norme impeditive, compreso un regime più favorevole agli amministratori in materia di prescrizione) il politico ed il funzionario saranno chiamati a rispondere per una minima parte: il 30 % del danno o, in alternativa, 2 annualità di stipendio. È evidente che si tratta di una parte irrisoria rispetto alla entità del danno, mentre la restante parte sarà a carico della collettività.
Quello che, per usare una espressione tratta dalla precedente riforma costituzionale targata Renzi del 2016, si potrebbe chiamare combinato disposto con la riforma della giustizia sul quale siamo chiamati a votare con un referendum in questi giorni, questo combinato disposto mostra chiaramente come la politica percepisca l’azione degli organi di controllo sul loro operato come un ingombro da rimuovere, un fastidio da superare.
Parliamoci chiaro la riforma costituzionale non coarta in maniera pregiudizievole e grave il potere della magistratura, non costituisce un rischio di nessun tipo per la tenuta dello stato o amenità simili che sono state pronunciate da un numero incalcolabile di voci, ma è altrettanto evidente che, per lo meno nel racconto pubblico e nell’individuazione delle priorità che questo governo ha voluto sancire, queste realtà vengono presentate come insidiose, deleterie e nocive, come coloro che frenano la crescita del paese e compiono ad ogni piè sospinto insostenibili soprusi e smaccate ingiustizie.
Alberto Fioretti
