Riflessioni intorno alle implicazioni del famoso attentato sulla libertà d’espressione
A dieci anni dalla sua sconvolgente consumazione, l’attacco terroristico alla sede del giornale satirico Charlie Hebdo continua a generare polemiche. Si deve ancora arrivare ad una sentenza definitiva per acclarare le responsabilità precise sulla presunta complicità̀ di 14 imputati nell’organizzazione dell’attentato che portò alla morte di 12 persone tra vignettisti, redattori e malcapitati passanti. Interrogato sul suddetto processo durante una visita a Beirut, Macron aveva ribadito che in Francia “esiste la libertà di bestemmia”.
La dichiarazione aveva turbato il pudore di certi commentatori nostrani. Sul Corriere, Sergio Romano si era scagliato contro la posizione del Presidente francese, tacciando di “inutile provocazione” le vignette satiriche di Charlie Hebdo raffiguranti il profeta Maometto. Associare la parola libertà alla bestemmia, continuava Romano, è del tutto improprio, soprattutto in un paese che “può vantarsi di avere unito la parola «libertà» a quelle di eguaglianza e fratellanza per farne il motto dello Stato”.

Fonte: Il Post
Romano dovrebbe ricordare, tuttavia, che la libertà di espressione non esiste solo “per compiacere le fantasie goliardiche di un giornale satirico”, ma perché è un bene in sé, da sempre baluardo contro il pensiero totalitario e antidoto contro il bigottismo. La possibilità di dire quel che si vuole e, talvolta, di offendere, è principio elementare della cultura democratica della civiltà occidentale. Certo, come Romano stesso riconosce, la sua critica è dettata dal fondato timore che le vignette di Charlie Hebdo e (mala) compagnia finiscano per guastare i nostri rapporti con i paesi del Medio Oriente. Ma scendere a compromessi sulla libertà di espressione rischia d’intaccare un legame ben più importante, quello che l’Occidente mantiene con sé stesso e i propri principi costitutivi.
Infatti, lo spirito più autentico del mondo occidentale sulla questione è da ravvisare nei paesi scandinavi e in altri paesi del Nord-Europa, i quali non temono di portare alle estreme conseguenze le riflessioni che l’Occidente ha maturato in secoli di storia sulla libertà d’espressione, la quale non può per sua stessa costituzione evitare di offendere la sensibilità di un qualche gruppo al suo interno. Questi paesi, infatti, in modo diverso e con contorni parzialmente dissimili hanno promosso una legislazione ben più lasca e permissiva sotto il profilo della libertà di parola, sul vituperio, sulla diffamazione e sulla blasfemia.
Quale di questi due modelli sia più vicino alla sorgente delle idee liberali su cui si impernia l’Occidente è fin troppo semplice da stabilire.
Alberto Fioretti
