Maggioranza al lavoro per accelerare le riforme che potrebbero vedere la luce nel 2026, ma le opposizioni fanno muro e dicono che è un blitz per forzare la mano
Con un colpo di scena irrompe nel programma trimestrale di gennaio 2026 la calendarizzazione alla Camera della «madre di tutte le riforme». È così che Giorgia Meloni aveva definito il ddl di revisione costituzionale, già approvato in prima lettura al Senato, ma che sembrava essersi arenato da più di anno a Montecitorio. La richiesta è piombata durante una riunione della conferenza dei capigruppo e non appena la notizia è circolata sono immediatamente insorte le opposizioni.
«Meloni prova a forzare la mano» gridano dal Pd, in grande allarme dopo che al Senato i partiti di maggioranza hanno di fatto bloccato la pdl sul consenso per il reato di violenza sessuale, chiedendo ulteriori approfondimenti e nuove audizioni in Commissione Giustizia e aprendo alla possibilità di apportare correzioni.

Giorgia Meloni – Fonte: Wired
I partiti dell’opposizione, che avevano raggiunto con la maggioranza un’intesa bipartisan per votare il «consenso», sostengono che il governo voglia rinnegare l’accordo, concordato in precedenza tra Meloni e Schlein, cercando di affossare il testo.
Il clima si è arroventato a partire dalla chiusura dei seggi delle ultime votazioni regionali in Puglia, Campania e Veneto. Fino ad allora il confronto politico era stato acceso, più o meno come sempre, ma nella norma. Da quel momento, invece, si registra senza dubbio un aumento dei toni dello scontro, misto anche a una certa agitazione.
Il fatto oggettivo è che il premierato, se approvato definitivamente, introdurrebbe un cambio della forma di governo nel nostro Paese, in quanto è la proposta della maggioranza di centrodestra di riforma istituzionale volta a rafforzare il ruolo del capo del governo, attraverso l’elezione diretta del presidente del Consiglio dei ministri e l’istituzione di un sistema semipresidenziale.
Durissima la reazione della capogruppo del Pd a Montecitorio, Chiara Braga: «Meloni alza la voce. Il governo ha richiesto e riafferma la bandiera del premierato per una donna sola al comando. Il patto di potere che li unisce traballa e si costruisce su prove di forza. Ci opporremo a una riforma che scardina i capisaldi della democrazia parlamentare e mette sotto attacco il ruolo del Presidente della Repubblica e che fa parte di un disegno che contrastiamo da tempo».
Dopo il dibattito sul cambio di legge elettorale uscito ormai alla luce del sole (anche se il confronto era già in atto da quest’estate, tenuto però sottobanco), ecco dunque un nuovo elemento destinato ad alimentare lo scontro politico tra maggioranza e opposizione. «Non ho il compito di occuparmi della legge elettorale – esordisce la seconda carica dello Stato, La Russa alla presentazione del nuovo libro di Bruno Vespa (forse non a caso si intitola “Finimondo”) -, ma ho abbastanza informazioni per dire che l’ipotesi di discutere di legge elettorale non è solo di FdI. Tutte le forze politiche s’interrogano sul cambiarla. Il far permanere questa legge porterebbe a una situazione che va da una conferma del centrodestra a un pareggio. Nessuno prevede che possa vincere un cosiddetto campo largo o larghissimo, mentre molti dicono che con l’attuale legge c’è il rischio di un pareggio quantomeno al Senato». La Russa si augura che la nuova legge elettorale sia bipartisan «per evitare una situazione di stallo» e poi conclude dicendo che la migliore è «il tatarellum, cioè quella regionale, che prende il nome da Tatarella».

La riforma costituzionale per il premierato – Fonte: Antimafia Duemila
Si possono rimproverare molte cose a La Russa, ma non certo il fatto che non sia piuttosto loquace, come ad esempio lo è stato suggerendo al consigliere di Mattarella, Francesco Saverio Garofani, di dimettersi, salvo un’ora dopo fare dietrofront, negando di averlo chiesto. Un’uscita, quella di La Russa, che aveva nuovamente destato lo «stupore» del Quirinale, ultimamente oggetto di alcune «attenzioni» da parte della maggioranza.
Ma poi La Russa ha parlato anche di premierato, sottolineando che i tempi per approvarlo entro la legislatura ci sono, ma «è una scelta politica che appartiene alla maggioranza». Secondo il presidente del Senato c’è stato un errore ed «è stato quello di partire con il premierato e non con il presidenzialismo, perché si immaginava di arrivare a un dialogo con le opposizioni». Poi osserva: «Spetterà alla maggioranza decidere se cambiare in modo così drastico la Costituzione, perché sarebbe un grande cambiamento, senza l’opposizione, ma i numeri ci sono. La sinistra lo ha fatto. La maggioranza si preoccupa di questo vulnus».
Quando Mario Sechi, all’evento per i 25 anni del quotidiano Libero, ha intervistato Giovanbattista Fazzolari, il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio ha mostrato il percorso: «La riforma del sistema di voto dovrà rispecchiare il premierato, che completeremo entro la legislatura. Il referendum si svolgerà nella prossima legislatura».
Il sistema che vige nelle Regioni è il modello da seguire, dice Fazzolari, che poi conclude: «Un proporzionale con premio di maggioranza e indicazione del presidente del Consiglio è il modo più trasparente per interessare chi non si occupa di politica».
Daniela Binello
