La vicenda di Bergamo non vede solo il tredicenne protagonista ma un sistema malato che ha perso il concetto di rispetto, di attinenza alla vita reale

Non è il primo e, purtroppo nemmeno l’ultimo. L’episodio che ha “sconvolto” l’Italia, avvenuto in una scuola del bergamasco, precisamente a Trescore Balneario, che ha visto un ragazzino tredicenne accoltellare la propria insegnante è indice di una società malata che, troppo spesso, tende a minimizzare e normalizzare col silenzio, determinati comportamenti.

Facciamo un passo indietro e ricostruiamo la vicenda. In un normale mercoledì di fine marzo (il giorno 25), un ragazzo si è presentato presso l’istituto Leonardo da Vinci come ogni mattina. Intorno alle 7,45, mentre docenti e alunni stavano entrando nelle loro classi lo studente, che indossava un paio di pantaloni mimetici e una maglietta con la scritta “vendetta”, ha affrontato Chiara Mocchi, professoressa di Francese, in un corridoio del primo piano. Presenti alla scena, almeno tre compagni. Il giovane ha estratto il coltello che aveva con sé e ha colpito la donna all’addome e al collo. Come se questo non bastasse, ha ripreso tutto in diretta grazie al suo cellulare per poi mettere il video su Telegram.

Fonte: Sky TG24

Ferita gravemente ma fortunatamente non in pericolo di vita, la docente è stata soccorsa e portata all’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo. All’origine del gesto, forse un brutto voto oppure l’essersi sentito abbandonato poiché la professoressa aveva difeso un altro ragazzo con cui il giovane era entrato in contrasto. La vittima, dal letto della struttura ospedaliera ha fatto scrivere una lettera indirizzata ai colleghi, ai suoi studenti e alle famiglie di questi ultimi: “Se il Signore vorrà concedermelo, io tornerò. Tornerò in classe, tra i banchi, dove ho sempre sentito di appartenere. Tornerò a insegnare, a credere nei giovani, ad accompagnarli nei loro passi difficili. Perché nonostante tutto, insegnare resta il mio sogno, la mia vocazione, la mia gioia più grande”.

Fonte: Agenzia Dire

Secondo quanto emerso nel corso delle indagini, il tredicenne aveva pubblicato sui social una sorta di lettera intitolata “La soluzione finale” in cui annunciava ciò che avrebbe fatto. Ancora: nello zaino aveva anche una pistola scacciacani, mentre nella sua abitazione i Carabinieri hanno trovato materiale ritenuto potenzialmente pericoloso ed esplosivo, tra cui degli acidi e dei fertilizzanti.

In questa storia, che vede molteplici punti oscuri, a cominciare da un silenzio assordante da parte di troppi soggetti coinvolti direttamente e indirettamente è emerso che il ragazzino, vista l’età, non è imputabile e, per questo, esente dall’affrontare un processo. È altresì emerso che, pur non avendo mai dato particolari problemi di natura comportamentale, il soggetto sia affetto da una patologia del disturbo dell’apprendimento chiamato DSA. Un problema, questo, che però non deve far pensare che tutti coloro che hanno questa disfunzione siano pericolosi per via di comportamenti imprevedibili come, invece, è emerso in certe ricostruzioni del fatto.

Ora, davanti a questo ennesimo caso di violenza, ci sono diversi quesiti che dovremmo porci. Anzitutto, è giusto ma soprattutto sensato che un tredicenne oggigiorno possa essere ancora considerato non punibile anche quando si rende protagonista di un fatto così grave come questo? Un interrogativo che si rafforza se pensiamo che, in questa Nazione, un tribunale ha stabilito che a 13 anni è possibile avviare un percorso di transizione sessuale. Ci riferiamo al caso giudiziario avvenuto a La Spezia nel dicembre del 2025. Alla luce dei fatti, in Italia abbiamo una legge che, da un lato, vede nei tredici anni un’età troppo bassa per applicazioni di condanne e dall’altro sufficiente per prendere decisioni inerenti al proprio orientamento e percorso sessuale.

Ancora: che responsabilità ha la famiglia di questo ragazzino che si è macchiato di un gesto delinquenziale? Vogliamo ‘assolvere’ anche i genitori o, al contrario, è bene scavare nella vita di questo giovane e di tutti quelli che come lui sono inclini a comportamenti del genere?

Siamo sicuri che questo adolescente abbia agito da solo? Come lo stesso avvocato di famiglia, Carlo Foglieni, ha ammesso, potrebbe “essere stato fortemente influenzato da terzi”. Un “timore” rinforzato dall’interrogatorio dove lo studente appariva “come distaccato dalla realtà”. Lo stesso Foglieni ha invitato a porre attenzione sull’assenza di controlli negli acquisti online di oggetti potenzialmente pericolosi da parte di giovani.

Ecco, oggi assistiamo a troppi genitori che, parlando dei loro figli, li dipingono come geni del web, descrivendo azioni che questi, fin da tenera età, compiono su dispositivi come cellulari, tablet e PC. È vero che “ogni scarrafone è bello a mamma soja”, come cantava Pino Daniele, ma forse un’inversione di tendenza potrebbe partire proprio da qui; una presa di coscienza del fatto che fino a una certa età l’interesse per l’elettronica è dettata più dai suoni, dai colori e dalle immagini che si vedono sugli appositi apparati piuttosto che da una reale comprensione della materia. Questo, concretamente, vuol dire una sola cosa: ignoranza! Ignoranza nel conoscere le insidie del mondo del virtuale; ignoranza nel non sapersi muovere con accortezza e inconsapevoli che certe operazioni non rimangono confinate dentro uno schermo ma possono entrare nel mondo reale sotto molteplici forme.

Fonte: X.com

Oggi si concede troppa libertà di azione a bambini e giovani. E se un tempo la TV era vista dai nostri genitori come un mezzo da farci ‘assaporare’ con moderazione, adesso dispositivi come gli smartphone sono diventati una vera e propria droga che, 24 ore su 24, cuoce il cervello di coloro che ne abusano.

Ad accoltellare questa docente non è stato solo il tredicenne ma un sistema malato che ha perso il concetto di rispetto, di attinenza alla vita reale e, in generale, di equilibrio in tutto ciò che riempie la quotidianità della nostra esistenza.

Stefano Boeris