Washington risponde con la nona notte di raid su Teheran. Il greggio continua a correre, lo Stretto di Hormuz resta la posta in gioco
Bandar Abbas, all’alba di domenica. Le esplosioni si sono sentite fino all’isola di Qeshm, dove i caccia americani hanno colpito per la nona notte consecutiva. Sul fronte opposto, in Kuwait, una centrale elettrica e un impianto di desalinizzazione andavano in fiamme per la seconda volta in due giorni, centrati dai droni iraniani. Tra i due poli di questa escalation ci sono due bare avvolte nella bandiera a stelle e strisce: quelle dei primi soldati americani uccisi dal fuoco iraniano da marzo.
Si chiamavano Tyler James Feehan, tenente, 25 anni, di Ewa Beach, alle Hawaii, e Isabella Gonzales, soldato semplice, 19 anni, di Carrollton, in Texas. Il Pentagono ne ha diffuso i nomi lunedì 20 luglio. Sono morti — lei venerdì, lui il giorno dopo — nell’attacco iraniano contro la base aerea di Muwaffaq Salti, snodo strategico delle operazioni statunitensi nella regione. Un terzo militare risulta ancora disperso.
La risposta americana è stata immediata e martellante. Gli Stati Uniti hanno promesso di «punire con rapidità» Teheran, e alla promessa hanno fatto seguire i fatti: raid a ripetizione, notte dopo notte, su un ventaglio di obiettivi militari iraniani. Nell’ultima ondata sono stati colpiti siti nel sud del Paese — oltre a Bandar Abbas e Qeshm, anche Chabahar, Iranshahr e Bandar-e Khamir, dove sono saltati ponti, aeroporti e torri di comunicazione.

Fonte: RSI
Secondo Teheran, almeno dodici persone sono morte nell’ultima giornata di bombardamenti. Il bilancio complessivo di questa fase della guerra sale così a circa cinquanta vittime, con oltre cinquecento feriti dal 27 giugno.
Il conflitto non resta confinato ai due contendenti. Le Guardie rivoluzionarie iraniane (IRGC) hanno rivendicato attacchi contro basi statunitensi o alleate in Kuwait — dove trentadue droni hanno preso di mira infrastrutture vitali — oltre che in Bahrein e Qatar. Doha ha intercettato un missile iraniano; un bambino è rimasto ferito dalle schegge.
Il messaggio da Teheran è esplicito. Il generale di brigata Mohammad Akraminia ha avvertito che gli attacchi «si estenderanno a nuove aree» se i raid americani continueranno. E sullo Stretto di Hormuz, i vertici militari iraniani sono stati netti: la situazione «non tornerà mai più come prima» della guerra.
È proprio lo Stretto — la strozzatura da cui transita quasi un quinto del greggio e dei prodotti petroliferi mondiali — il vero centro di gravità del conflitto. Da quando USA e Iran hanno ripreso a scambiarsi colpi, il traffico marittimo si è ridotto a circa due terzi dei livelli pre-conflitto: intorno ai quattordici milioni di barili al giorno. Teheran sostiene di aver intercettato nel fine settimana quattro navi in transito; Washington ha rimesso in piedi il blocco dei porti iraniani.
La tregua raggiunta il mese scorso, dopo poche settimane, è carta straccia: l’Iran ha sospeso i propri impegni e dichiarato di fatto collassato il cessate-il-fuoco.

Fonte: TG LA7
L’onda d’urto arriva puntuale sui mercati. Dopo essere sceso a inizio luglio sotto i 71 dollari — tornando ai prezzi pre-guerra — il Brent ha invertito bruscamente la rotta. Nel giro di due settimane il greggio ha guadagnato quasi il 30% dai minimi del mese, per poi assestarsi intorno agli 85 dollari al barile a metà luglio. Solo nell’ultima settimana di scontri i prezzi sono saliti di oltre il 14%. A muovere le quotazioni sono il ripristino del blocco americano, gli assalti iraniani al naviglio commerciale e il timore, mai sopito, di un allargamento del conflitto.
Resta l’incognita più pesante: fin dove può arrivare l’escalation. Le cronache di queste ore non registrano un intervento diretto di Israele in questa fase, ma il fronte regionale è teso come una corda di violino, e ogni nuova notte di raid avvicina il rischio di un coinvolgimento più ampio. Con lo Stretto di Hormuz trasformato in linea del fronte e i mercati energetici che scontano ogni sirena d’allarme, la «guerra infinita» sembra, per ora, mantenere la sua terribile promessa.
Federico Viola
