Quali lezioni dovremmo trarre dal nuovo intensificarsi della guerra in Iran e dagli altri conflitti in corso?
La guerra fra Stati Uniti e Iran ha ripreso a infuriare in Medio Oriente. Tuttavia, questa non è certo una sorpresa, dacché le basi su cui poggiava la tregua non lasciavano sperare una conclusione diversa da questa.
Gli attacchi condotti dagli Stati Uniti sull’Iran sembrano ancora più duri di quelli sferrati all’inizio della guerra dall’azione congiunta degli stessi Usa e Israele e le reazioni dell’Iran ancora più feroci e spregiudicate. Il dialogo fra le parti è di conseguenza degenerato molto rapidamente, tornando a quello scambio di insulti e minacce reciproche a cui avevamo assistito nella prima parte del confronto fra le due nazioni. Trump, come al solito, non risparmia nessuna accusa, intimidazione e vituperio rivolta alla leadership iraniana e, nuovamente, alla cultura persiana-iraniana nel suo complesso.
Il regime iraniano di contro risponde a tutto ciò con i toni che in buona sostanza adopera da quando ha preso il potere quasi cinquanta anni fa. Quello che l’evoluzione di questo conflitto sta definitivamente mostrando è che, al giorno d’oggi, senza un dialogo che riconosca come vero interlocutore il nemico e delle concessioni da fare alla parte avversa non è possibile per l’Occidente risolvere nessuna controversia e crisi geopolitica, specialmente quando siano coinvolti i soggetti di peso dello scacchiere internazionale.

Fonte: Kulturjam
La stessa lezione dovrebbe essere tratta dalla guerra in Ucraina, cosa che invece non accade affatto, dal momento che la stragrande maggioranza degli attori in campo si rifiutano di cedere al principio secondo il quale occorre considerare le rivendicazioni delle altre parti coinvolte. Tuttavia, vista anche l’enorme antipatia suscitata da Trump, dalle sue idee e ancor di più dai suoi modi presso moltissimi settori delle nostre società occidentali e specialmente presso giornalisti, commentatori e coloro che a vario titolo sono coinvolti nella politica, alcuni di questi principi si stanno giocoforza sedimentando via via nelle coscienze di molti occidentali, quantunque fatichino ad essere estesi all’interpretazione di quanto accade in Ucraina. Ovviamente nel caso della Guerra in Ucraina gli equilibri e le dinamiche sono per tanti versi ribaltate, poiché è infatti da ultimo la Russia ad aver attaccato e tentare di ottenere con la forza i suoi obiettivi, nonché predare territori che spetterebbero, come è ovvio, di diritto a un’altra nazione e che appartenevano, nonostante i separatisti filorussi controllavano già alcune aree dell’Ucraina orientale, a questa nazione fino al giorno dell’aggressione.
Il principio però che andrebbe applicato anche in questa crisi è che il volere dell’Occidente e dei suoi alleati non può non tener conto dei rapporti di forza reali e delle volontà dell’altra parte coinvolta nel conflitto, pena il protrarsi indefinito della contesa, il pericoloso deteriorarsi dei rapporti con questi paesi avversi e il rischio dell’esplosione di guerre su più ampia scala, oltre a fenomeni di terrorismo e guerriglia. Il tutto senza considerare che un atteggiamento oltranzista sulle rivendicazioni della parte russa, come già in diversi altri teatri in passato, aveva già contribuito a far esplodere il conflitto aperto e da ultimo, l’esistenza stessa della Nato e della sua azione percepita come aggressiva nei confronti della Federazione Russa, aveva se non altro fornito l’espediente, si può anche dire il principale “casus belli” al Cremlino per giustificare l’attacco al governo di Kiev.
Il timore è che se la lezione non sarà compresa, a partire ancor di più da quello che sta accadendo in Iran, laddove si è ancora una volta tentato di provocare o di favorire un cambio di regime in un paese peraltro enorme, se non si capitolerà di fronte all’impossibilità di costringere quei contesti a piegarsi unicamente e unilateralmente alle nostre logiche, rischieremo di fare danni imponenti in primis ai nostri stessi sistemi.
Alberto Fioretti
