Dietro ogni risposta di una chatbot, c’è anche una macchina industriale che consuma elettricità e, spesso, acqua

L’intelligenza artificiale sembra abitare in un luogo immateriale: il cloud. In realtà vive in capannoni pieni di processori, attraversati da cavi e tubazioni, che lavorano senza sosta e producono enormi quantità di calore. Quel calore deve essere eliminato. Il Dipartimento dell’Energia statunitense stima che il raffreddamento possa assorbire fino al 40% dell’energia di un data center. Così, dietro ogni risposta di una chatbot, c’è anche una macchina industriale che consuma elettricità e, spesso, acqua.

Il problema non è il singolo comando impartito a un’intelligenza artificiale, ma la scala raggiunta dall’intero sistema. Nel 2023 i data center hanno consumato negli Stati Uniti circa 176 terawattora, pari al 4,4% dell’elettricità nazionale. Entro il 2028 potrebbero arrivare tra 325 e 580 terawattora, cioè tra il 6,7 e il 12% del totale. In pochi anni, quindi, un settore quasi invisibile rischia di diventare uno dei maggiori utilizzatori della rete.

È qui che la questione tecnica diventa politica. Negli Stati Uniti l’elettricità non è necessariamente prodotta dallo Stato: molte aziende sono private, ma operano come public utilities, soggette a tariffe e investimenti approvati da autorità pubbliche. Centrali, linee e sottostazioni servono una comunità, perciò i loro costi vengono distribuiti tra gli utenti. Ma cosa accade quando una nuova infrastruttura nasce soprattutto per alimentare un solo cliente, magari un campus di server grande quanto una città?

Il conto può finire ugualmente sulla collettività. Un data center richiede energia continua, nuove linee, cabine, centrali e potenza di riserva. Se questi investimenti entrano nella base tariffaria della società elettrica, o fanno salire il prezzo della capacità acquistata sul mercato regionale, vengono recuperati attraverso le bollette di famiglie e piccole imprese. Non compare una voce ‘raffreddamento dei server’, naturalmente. Ma l’effetto economico può essere proprio quello: chi non possiede un data center, anzi probabilmente già ne paga i servizi in abbonamento, contribuisce anche a pagare la rete necessaria a farlo funzionare.

Fonte: The Information Lab

Il caso della rete PJM, che coordina l’elettricità in tredici Stati e nel District of Columbia, è emblematico. Nell’asta per garantire la potenza disponibile nel 2025-2026, il prezzo è passato da 28,92 a 269,92 dollari per megawatt al giorno. Non è colpa soltanto dei data center: hanno pesato anche la chiusura di vecchi impianti, nuove regole di calcolo e i ritardi nel collegare nuova generazione. Tuttavia il Market Monitor indipendente di PJM ha definito il mancato governo dei grandi carichi dei data center una causa diretta dei prezzi più alti. Nel New Jersey, l’autorità pubblica ha previsto aumenti medi delle bollette residenziali tra il 17,23 e il 20,20 per cento dal giugno 2025, dovuti in larga parte proprio all’esito di quell’asta.

La Virginia, il più grande polo mondiale del settore, mostra il rischio di lungo periodo. Uno studio commissionato dal parlamento statale ha concluso che oggi i data center pagano correttamente il costo del servizio loro attribuito. Eppure la crescita della domanda obbligherà a costruire infrastrutture che altrimenti non sarebbero necessarie e potrà aumentare i costi anche per gli altri utenti: per una famiglia servita da Dominion Energy, la stima è di 14-37 dollari in più al mese entro il 2040, al netto dell’inflazione. Se poi un progetto annunciato non viene completato o un grande cliente se ne va, rimane il rischio di opere sovradimensionate da ammortizzare sulle utenze ordinarie.

Intanto si moltiplicano le centrali quasi ‘su misura’. In Louisiana l’autorità di regolazione ha autorizzato tre nuovi impianti a gas e importanti linee per il data center di Meta a Richland Parish: due generatori sorgeranno vicino al sito e uno presso una centrale esistente. Il provvedimento impone garanzie e stabilisce che gli adeguamenti di rete causati esclusivamente dal progetto non siano caricati sugli altri clienti. Eppure è significativo che opere concepite per un singolo utilizzatore debbano essere dichiarate di pubblica utilità e integrate nel sistema regolato. La distinzione tra servizio pubblico e infrastruttura privata diventa sempre più sottile.

Sia chiaro, nessuno pensa di poter fermare l’innovazione, ma bisognerebbe prima decidere chi ne sostiene il prezzo. Tariffe separate per i grandissimi consumatori, obblighi minimi di acquisto, garanzie contro l’abbandono dei progetti e piena trasparenza dei contratti possono evitare che i costi vengano socializzati mentre i vantaggi restano privati. Per un secolo la rete elettrica è stata pensata come un’infrastruttura comune. L’intelligenza artificiale ci costringe ora a porre una domanda elementare: può una centrale servire quasi soltanto un’azienda e continuare a presentare il conto a tutti?

Giulia Zappacosta