L’Europa li inventa, ma fatica a portarli sul mercato
L’Europa non sembra avere un problema di idee. Le sue università continuano a produrre ricerca, invenzioni e brevetti in quantità crescente. Il problema arriva dopo: trasformare quelle invenzioni in prodotti, imprese, licenze e tecnologie capaci di arrivare davvero sul mercato. È questo il dato più interessante che emerge da un recente studio dell’EPO, l’Ufficio Europeo dei Brevetti, ripreso anche dal Sole 24 Ore: circa il 9% dei brevetti europei è legato alla ricerca universitaria, una quota ormai vicina a quella statunitense. Eppure, il 40,7% dei brevetti posseduti direttamente dalle università europee decade entro dieci anni, contro il 26,3% di quelli delle università americane.
Per capire perché questo numero sia importante occorre ricordare cosa significa mantenere in vita un brevetto. Una volta concesso, il titolo non resta efficace automaticamente per vent’anni: per conservarlo occorre pagare tasse periodiche e, soprattutto, deve continuare ad avere un’utilità economica o strategica. Quando un’università decide di non rinnovarlo, spesso significa che non ha trovato un’impresa interessata a svilupparlo, un licenziatario disposto a pagare per utilizzarlo oppure una spin-off capace di trasformarlo in attività industriale. La scadenza anticipata non dimostra necessariamente che l’invenzione fosse di scarso valore tecnico; segnala però che, da qualche parte tra laboratorio e mercato, il percorso si è interrotto.
Qui l’Europa mostra una fragilità strutturale. Lo studio dell’EPO ha analizzato oltre 800 Technology Transfer Offices, cioè gli uffici che all’interno di università ed enti di ricerca dovrebbero individuare le invenzioni promettenti, proteggerle con brevetti e metterle in contatto con imprese, investitori e imprenditori. Il 90,5% di questi uffici è di dimensione piccola o media. I grandi TTO dispongono di molto più personale, seguono strutture con investimenti in ricerca enormemente superiori e ricevono un numero molto maggiore di segnalazioni di nuove invenzioni. Il paradosso è che, una volta che un’invenzione entra correttamente nel processo di trasferimento tecnologico, anche gli uffici più piccoli riescono spesso a ottenere risultati comparabili. Il vero collo di bottiglia sembra quindi essere la capacità di intercettare, valutare e accompagnare abbastanza progetti.
Il tema diventa ancora più rilevante guardando ai settori in cui la ricerca pubblica pesa maggiormente. Nel 2025 università, enti pubblici di ricerca e ospedali di ricerca europei risultavano coinvolti in circa il 34% delle domande europee di brevetto nel settore delle biotecnologie, nel 29% di quelle relative alle tecnologie quantistiche e nel 26% di quelle farmaceutiche. Non stiamo quindi parlando di invenzioni marginali, ma di ambiti destinati a incidere sulla competitività industriale, sulla salute e sull’autonomia tecnologica del continente.
Qualcosa, naturalmente, arriva al mercato. Secondo l’EPO, università ed enti pubblici europei dichiarano di commercializzare oltre un terzo delle invenzioni per le quali hanno depositato una domanda di brevetto europea. La via più frequente è la licenza, cioè l’autorizzazione concessa a un’impresa per utilizzare la tecnologia dietro pagamento di un corrispettivo; in altri casi la ricerca genera nuove società, le cosiddette spin-off. Ma proprio il confronto con gli Stati Uniti suggerisce che l’Europa possa fare di più. Negli USA il trasferimento tecnologico universitario è stato costruito e incentivato per decenni, mentre in Europa sopravvivono differenze tra Paesi, mercati frammentati e strutture molto disomogenee.

Fonte: Studio Corradini
Il confronto suggerisce anche una questione culturale. Negli Stati Uniti il Bayh-Dole Act del 1980 ha contribuito a costruire nel tempo un ecosistema nel quale università, investitori e imprese sono abituati a considerare il brevetto universitario come il punto di partenza di un percorso industriale. In Europa questo collegamento è più discontinuo: molte strutture lavorano bene, ma spesso con risorse limitate e con reti commerciali meno profonde. Il risultato è che una buona invenzione può essere brevettata senza trovare abbastanza rapidamente chi sia disposto a investirci, e il costo del mantenimento finisce per diventare difficile da giustificare.
La lezione, allora, è che il numero dei brevetti racconta solo metà della storia. Depositare un brevetto significa riconoscere che una ricerca ha prodotto una soluzione tecnica nuova e potenzialmente valorizzabile. Ma il brevetto è soprattutto uno strumento economico: serve a creare uno spazio di esclusiva sufficientemente solido da rendere conveniente investire nello sviluppo di quella soluzione. Se manca qualcuno capace di cercare partner industriali, negoziare licenze, costruire una strategia internazionale o finanziare una nuova impresa, anche un buon brevetto rischia di trasformarsi in un fascicolo costoso destinato a scadere.
Per l’Europa la sfida dei prossimi anni potrebbe quindi essere meno spettacolare di una nuova scoperta scientifica, ma altrettanto decisiva: imparare a non disperdere ciò che già inventa. Perché tra un laboratorio universitario e un prodotto che cambia davvero il mercato c’è spesso un brevetto ma, soprattutto, deve esserci qualcuno capace di farlo vivere.
Giulia Zappacosta