La questione non sembra essere se permettere o vietare l’intelligenza artificiale; Il compito della scuola è quello di insegnare quando fidarsi e provare da soli

C’era una volta il compagno di banco. Quello vero: prestava la gomma, suggeriva sottovoce la data della battaglia di Waterloo e, nelle situazioni più disperate, lasciava scivolare il foglio qualche centimetro verso sinistra. Oggi nelle aule italiane ne è arrivato un altro. Non occupa la sedia, non dimentica il libro e soprattutto non viene mai interrogato. È l’intelligenza artificiale.

L’IA, cioè l’intelligenza artificiale, è già diventata una presenza abituale nello studio. Secondo un’indagine presentata nel settembre 2026 da INDIRE, l’Istituto Nazionale di Documentazione, Innovazione e Ricerca Educativa, su 5.342 studenti delle scuole medie e superiori, il 94% utilizza strumenti di intelligenza artificiale almeno occasionalmente e l’84% li usa per studiare. In pratica, trovare in una classe qualcuno che non abbia mai chiesto aiuto a un chatbot comincia a essere più difficile che trovare qualcuno con il diario perfettamente aggiornato.

Il motivo è facile da capire. L’intelligenza artificiale non sbuffa, non dice “questo lo abbiamo già spiegato”, non guarda l’orologio e non si offende se le chiediamo per la quinta volta di spiegare i logaritmi “come se avessi dieci anni”. Può riassumere un capitolo, proporre esercizi, correggere un testo e trasformare una spiegazione incomprensibile in una versione finalmente umana. Più di tre studenti su quattro, nell’indagine INDIRE, ritengono che l’IA li aiuti a capire meglio e a imparare più velocemente.

Fonte: AI News

Il professore, però, può consolarsi: la nuova compagna di banco ha un difetto piuttosto serio. È molto sicura di sé anche quando sbaglia. Può inventare una fonte o fornire una risposta elegantissima e completamente falsa con la stessa serenità con cui un adolescente sostiene di aver lasciato i compiti “nell’altro zaino”. Per usarla bene serve quindi proprio ciò che, a prima vista, sembrerebbe rendere meno necessario: conoscere le cose.

È il punto sottolineato anche dall’OCSE, l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, nel Digital Education Outlook 2026. Le ricerche raccolte nel rapporto mostrano che gli studenti, quando possono utilizzare strumenti di IA generativa, cioè sistemi capaci di produrre testi, immagini o altri contenuti a partire da una richiesta, spesso consegnano lavori migliori. Il problema arriva quando il computer viene chiuso. In alcuni studi, il vantaggio scompare, e talvolta si rovescia, quando gli stessi studenti devono affrontare una prova senza assistenza. Il compito a casa è magnifico, poi all’interrogazione cala una nebbia improvvisa.

La questione, quindi, non sembra essere se permettere o vietare l’intelligenza artificiale. Quella battaglia, probabilmente, è già finita. Gli studenti la usano e continueranno a usarla. Il compito della scuola diventa allora più interessante: insegnare quando fidarsi, quando controllare e quando spegnere tutto e provare da soli.

Il dato forse più sorprendente dell’indagine INDIRE è un altro: il 53% degli studenti dichiara di essersi rivolto almeno una volta a un chatbot anche per raccontare un problema personale. La nuova compagna di banco, insomma, non suggerisce soltanto matematica: ascolta anche le pene d’amore. Ed è disponibile alle tre del mattino, caratteristica con cui perfino il migliore degli amici fatica a competere.

Qui la faccenda diventa più seria. Una macchina può essere paziente e rassicurante, ma non conosce davvero la persona che ha davanti. La scuola conserva quindi un ruolo che nessun algoritmo può sostituire facilmente: insegnare a distinguere una risposta convincente da una risposta corretta, una scorciatoia da un apprendimento e un interlocutore automatico da una relazione umana.

Forse la nuova materia scolastica non dovrà chiamarsi “intelligenza artificiale”. Potrebbe chiamarsi più semplicemente “imparare a non farsi fregare”: fare buone domande, controllare le fonti, dubitare delle risposte troppo perfette e, ogni tanto, tentare il problema prima di chiedere aiuto.

Perché la nuova compagna di banco è brillante, velocissima e non manca mai. Ma il giorno dell’interrogazione, almeno per ora, alla cattedra dobbiamo andarci ancora noi.

Giulia Zappacosta