Daniele De Rossi, il simbolo di un calcio che non esiste più, fatto di appartenenza, sudore e fedeltà

La sua storia è un romanzo di formazione scritto sui campi di Trigoria. Figlio d’arte (il padre, Alberto, fu allenatore di spessore delle giovanili giallorosse), Daniele respirava calcio romano fin dalla culla. Non era il classico talento elegante, il piccolo principe come Totti. Era forza bruta, grinta, potenza atletica unita a un’intelligenza tattica precoce.

Esordì in prima squadra il 28 ottobre 2001, in una Roma-Barcellona di Champions League. All’epoca aveva 18 anni. Entrò in un campo dove combattevano giganti come Batistuta e Totti, Guardiola e Kluivert. Non si spaventò; anzi, in pochi minuti fece capire di che pasta era fatto: un contrasto secco, una corsa esplosiva, una rabbia competitiva che non conosceva la reverenza. Quella sera, in pochi istanti, Roma si innamorò del suo “erede” più vero: non al trono del re Totti, ma a quello del guerriero che difende il suo re e il suo regno.

Fonte: Corriere dello Sport

Era presente un’altra dimensione in De Rossi, spesso oscurata dalla sua aura di combattente: la tecnica. Un controllo di petto sotto pressione perfetto, un lancio lungo da quaranta metri preciso come un missile, un tiro potente e a volte sorprendentemente sottile. Era un centrocampista completo, che avrebbe potuto giocare in qualsiasi club al mondo. Il Chelsea, il Real Madrid, il Manchester City fecero offerte fantastiche. Lui, ogni volta, con una semplicità che sembrava fuori dal tempo, rispose sempre la stessa cosa: “La mia maglia è questa”.

Quando Francesco Totti si ritirò nel 2017, la fascia di capitano passò naturalmente al suo “scudiero”. Non fu una successione facile. Daniele non era il genio folcloristico e divino di Totti; era il leader del gruppo, il fratello maggiore, colui che ti spingeva e ti proteggeva. Portò la Roma a un passo dalla finale di Champions League nel 2018, in una notte magica contro il Barcellona che rimarrà per sempre nel cuore dei tifosi. Poi, arrivò l’addio.

Il 14 maggio 2019, l’annuncio che spezzò il cuore: dopo 18 anni in prima squadra, 616 presenze e 63 gol, Daniele De Rossi non avrebbe rinnovato il contratto. La società, in una fredda nota, comunicò che non gli avrebbe offerto un nuovo accordo. Fu un colpo basso, una ferita profonda per la città. Il gladiatore veniva congedato senza gli onori che meritava. L’ultima partita all’Olimpico, contro la Juventus, fu un fiume di lacrime. Lui, in campo, combatteva come sempre, mentre 70.000 persone cantavano il suo nome tra i singhiozzi. Uscì negli ultimi minuti, abbracciato da tutti, distrutto ma fiero.

Fonte: La Stampa

Quell’immagine del gigante che piange, avvolto dall’amore della sua gente, è una delle più potenti del calcio italiano degli ultimi anni. Il 16 gennaio 2024, la Roma, in piena crisi di risultati e identità dopo l’esonero di José Mourinho, compie una mossa che sa di pura poesia e di scommessa coraggiosissima: chiama a guidare la squadra Daniele De Rossi, concedendogli un contratto fino a giugno. Ha tolto la paura, ha rimesso la squadra in posizione alta.

I risultati sul campo sono arrivati a raffica: partite vinte, un gioco spettacolare, la qualificazione ai quarti di Europa League con una rimonta epica contro il Brighton.

Daniele De Rossi è stato più di un calciatore. È stato il simbolo di un calcio che non esiste più, fatto di appartenenza, sudore e fedeltà. 

Per questo sarà per sempre, l’ultimo galdiatore.

Maria Sole Capone