Che cos’è esattamente la remigrazione di cui parla Vannacci e da dove proviene questa idea?

La remigrazione, resa definitivamente celebre dal Generale Vannacci, continua, nonostante le molte discussioni che ha suscitato, a rimanere, specialmente nella versione proposta dal segretario della nuova formazione “Futuro Nazionale”, piuttosto fumosa nei suoi principi e nella sua possibile applicazione.

Il concetto di remigrazione o re-immigrazione era inizialmente contemplato da sociologi e demografi nello studio di consistenti spostamenti di popolazioni per designare varie tipologie di ritorno nella patria d’origine da parte di gruppi precedentemente emigrati o deportati.

L’uso in ambito politico di questo concetto è invece comparso in maniera sempre più prepotente nello scorso decennio, toccando poi un picco negli ultimissimi anni. Il concetto, per quanto non chiarissimo, dietro il termine era di fatto già presente nell’immaginario politico francese per lo meno dai primi anni ’80, specialmente nei discorsi di Jean-Pierre Stirbois, con il suo slogan “on les renverra” (verranno rispediti a casa).

Fonte: remigrazione.org

Questa idea è stata poi ripresa nei decenni successivi da moltissimi attori politici che, come Stirbois, provenivano dalle file della cosiddetta estrema-destra, in modo particolare quella francese, fino ad essere progressivamente sdoganata al di fuori di questi circoli ristretti negli ultimi dieci anni. Lo stesso Enoch Powell, tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Settanta, propose l’idea di remigrazione, anche di cittadini britannici, in una cornice molto diversa da quella odierna italiana vista l’esistenza dell’Impero britannico, immaginando il ritorno, per lo più su base volontaria e assistita, di persone che erano in quel momento presenti in Gran Bretagna nelle zone del Commonwealth di cui erano originarie.

Infatti, il concetto di remigrazione, anche per come si è sviluppato negli ultimi 2-3 anni, immagina una formula mista fra espulsioni coatte e ritorni assistiti, che peraltro la stessa Meloni sta tentando di favorire. Il modello di molti in questo senso è stato sicuramente quello adottato da Trump nel suo primo anno e mezzo di mandato. I numeri imponenti di questo trasferimento di persone dagli Stati Uniti che ha superato, tra gli allontanamenti coatti e quelli assistiti, i due milioni di persone, legati anche alla demografia americana di base e al numero di immigrati clandestini presenti negli Stati Uniti, oltre ai metodi talvolta spicci e sommari con cui alcune di queste operazioni sono state condotte, con il dispiegamento degli agenti dell’ICE e del Border Patrol in contesti urbani e zone interne, hanno funto da punto di riferimenti per i teorici di quest’idea dall’altra parte dell’Oceano.

È piuttosto evidente che il temine remigrazione sia stato scelto per stemperare gli accenti forti di altri vocaboli più tradizionali e appropriati come deportazione, che specialmente in inglese, dove suona meno perentorio e impositivo, Trump, come altri presidenti prima di lui non si sono peritati troppo di impiegare. L’idea sarebbe infatti quella di rimandare nei loro paesi senza esitazioni né compromessi la totalità dei clandestini presenti sul nostro territorio nazionale, a prescindere da situazioni specifiche, reati commessi, limitando moltissimo la possibilità di usare la carta del permesso di asilo internazionale e guadagnarsi quindi la qualifica di rifugiato politico.

In seconda battuta revisionare i permessi di lavoro e di studio, in quanto concessi con troppa facilità dai precedenti governi, e revocarne una grande parte, provocando così il ritorno di queste persone nei loro paesi, sotto minaccia di diventare immigrati irregolari ed essere poi rimpatriati in maniera coatta a loro volta. In ultima istanza anche i cittadini italiani potrebbero veder revocata la loro cittadinanza soprattutto sulla base di reati gravi commessi, nonché potenzialmente di mancata assimilazione culturale, che potrebbe manifestarsi dopo che queste persone si sottoponessero a test di conoscenza generale che dovrebbero quindi provare l’integrazione reale.

Queste sono le idee per come fino ad oggi espresse da Roberto Vannaci e Futuro Nazionale, le quali, con differenze trascurabili e secondarie, fanno eco a quelle propugnate dai sostenitori della remigrazione nei vari paesi occidentali, a cui, in larga misura si è ispirato il nuovo partito dell’ex vicesegretario della Lega.

Alberto Fioretti