Il suo nome resterà per sempre legato ad un periodo d’oro, quello degli anni ’60, di cui ancora oggi, ammiriamo la produzione di testi e musiche

“Il cielo in una stanza”, “La Gatta”, “Sapore di Sale”, “Quattro amici” sono solo un’infinitesima parte dei titoli delle canzoni scritte da Gino Paoli, l’Artista spentosi all’età di 91 anni nella sua Genova il 24 marzo. Era nato a Monfalcone in Friuli-Venezia Giulia nel 1934, in una zona geografica, dunque, diametralmente opposta alla terra che poi lo ha adottato. Nonostante ciò, molti hanno sempre avuto la convinzione che Paoli fosse ligure di nascita.

Sicuramente è stato uno dei padri della scuola musicale genovese. Si trasferì in questa regione con i genitori da bambino. Era figlio di Aldo Paoli, un ingegnere navale originario di Campiglia Marittima, e di Caterina (Rina) Rossi, casalinga giuliana. Il trasferimento avvenne quando il futuro Artista non era ancora nato, all’inizio degli anni Trenta, ma, verso la fine della gravidanza, la madre volle tornare a Monfalcone per partorire nella sua casa di origine, come era consuetudine all’epoca.

Da sempre poco incline agli studi, non terminò gli studi liceali preferendo il mondo del lavoro. Il padre gli trovò un impiego come disegnatore meccanico e, successivamente, come grafico in un’agenzia pubblicitaria, dove poté coltivare la sua passione per la pittura partecipando anche a mostre e concorsi.

L’amore per la musica venne dalla parte materna: sua madre, infatti, era una pianista. Il giovane Gino iniziò a frequentare un gruppo di amici aventi la stessa passione per il pentagramma. Quelle stesse persone destinate a formare il primo nucleo della cosiddetta ‘scuola genovese’: Luigi Tenco (con il quale formò il gruppo “I Diavoli del Rock”), Bruno Lauzi, Umberto Bindi, Fabrizio De André, Joe Sentieri, Giorgio Calabrese e i fratelli Gian Piero e Gian Franco Reverberi.

Gli anni ’60 furono esplosivi per Paoli che, in questo decennio, compose le sue più belle canzoni, destinate a fare la Storia della Musica leggera: da “La Gatta” a “Il cielo in una stanza”; da “Sapore di Sale” a “Che cosa c’è”. E ancora: “A che cosa ti serve amare”, “Come si fa” e tante altre. Il decennio in questione vide anche un momento di profonda crisi interiore del cantautore che lo spinse a un gesto estremo. L’11 luglio 1963, a causa di una serie di difficoltà e di crisi sentimentali, tentò il suicidio sparandosi un colpo di pistola al cuore senza però riuscire a togliersi la vita. A tal riguardo, Paoli disse: “Ogni suicidio è diverso, e privato. È l’unico modo per scegliere: perché le cose cruciali della vita, l’amore e la morte, non si scelgono; tu non scegli di nascere, né di amare, né di morire. Il suicidio è l’unico, arrogante modo dato all’uomo per decidere di sé. Ma io sono la dimostrazione che neppure così si riesce a decidere davvero”.

Fonte: Uozzart

Il proiettile bucò il cuore e si fermò nel torace senza intaccare organi vitali. Tuttavia, la rimozione fu ritenuta dai medici troppo rischiosa e così quel proiettile accompagnò il cantante per tutta la vita.

La carriera di Paoli conobbe anche un momento di crisi, sempre negli anni menzionati. In vero, dopo la partecipazione ad uno special trasmesso dalla RAI per scrollarsi di dosso l’appellativo di autore malinconico, si cimentò nel ballo del rock and roll, cantando canzoni a ritmo sostenuto ma non scritte da lui. Nel 1965 chiuse il contratto con la RCA per firmarne uno con la CGD. Ma il suo periodo d’oro era ormai giunto alla fine. La partecipazione al Festival di Sanremo del 1966 con il brano “La carta vincente” lo vide escluso dalla finale della kermesse. Fortunatamente le royalties percepite attraverso la casa di edizioni “Senza fine” gli permisero di sopravvivere dignitosamente malgrado altri fallimenti di natura imprenditoriale come la gestione di un locale in riviera.

Gino Paoli si allontanò per un tempo assai lungo dai riflettori, ricominciando a suonare per pochi soldi nelle balere e nei night della Liguria. Ma l’Arte si sa che è composta di alti e bassi e anche la Musica, che è uno dei suoi tanti volti, non è esente da questa norma.

Gli anni ’70 furono un periodo di sperimentazione di album e singoli ma fu nel 1984 che Paoli tornò alla ribalta con il celebre pezzo “Una lunga storia d’amore”, composto per la pellicola “Una donna allo specchio” interpretato da Stefania Sandrelli, e che diventerà in seguito un classico del suo repertorio musicale.

L’anno seguente, nel 1985, Gino Paoli e Ornella Vanoni iniziarono un tour per il Bel Paese che portò alla realizzazione del doppio album live “Insieme”. Fu un grande successo.

Fonte: ELLE

La figura di Gino Paoli è sempre stata legata all’idea di uomo rivoluzionario, come del resto quella di De André, di Tenco e di altri Artisti che hanno lasciato il segno nel panorama discografico nostrano. Un uomo a cui le regole apparivano, per così dire, ‘strette’. Del suo privato conosciamo le relazioni avute con l’attrice Stefania Sandrelli, all’epoca minorenne, dalla quale nacque la figlia Amanda il 31 ottobre 1964 e la relazione con la collega Ornella Vanoni, scomparsa lo scorso novembre. Ma Paoli ebbe anche due matrimoni: la prima moglie, Anna Fabbri, gli diede un figlio, Giovanni (1964-2025) e nel 1991 si legò a Paola Penzo, modenese e autrice di alcuni suoi brani, con la quale ha avuto altri tre figli: Nicolò (1980), Tommaso (1992) e Francesco (2000).

Nell’ultimo periodo di vita, venne invitato su palcoscenici importanti come quello di Sanremo e in trasmissioni televisive altrettanto seguite. Certo, l’immagine era ormai quella di un uomo provato dal peso degli anni non solo in termini fisici ma anche di lucidità. Una sorte simile a quella di Ornella Vanoni. Ricordiamo, ad esempio, la triste uscita su Little Tony (scomparso nel 2013), proprio al Festival nel 2023, in cui il cantautore parlò di presunti tradimenti subiti dal collega con una donna a casa sua. Il racconto creò un profondo imbarazzo nonché una dura reazione della figlia di Little Tony, Cristiana Ciacci, che definì l’episodio “di cattivo gusto” e “fuori luogo”, chiedendo scuse mai arrivate.

Fonte: Il Mattino

Il suo nome, però, resterà per sempre legato ad un periodo d’oro, quello degli anni ’60, di cui ancora oggi, ammiriamo la produzione di testi e musiche. Una scuola da cui i sedicenti cantanti avrebbero moltissimo da imparare.

Buon viaggio Gino!

Stefano Boeris