Ciò che rende la pellicola interessante è proprio la volontà di trasformare un’apocalisse tecnologica in una satira surreale del presente

Un film che purtroppo è passato un po’ in sordina nel panorama cinematografico dell’ultimo periodo è sicuramente Good Luck, Have Fun, Don’t Die, ingiustamente si potrebbe aggiungere. Il nuovo folle film di Gore Verbinski vede come protagonista Sam Rockwell, al suo fianco Juno Temple, Haley Lu Richardson, Michael Peña, Zazie Beetz e Asim Chaundry. Una notte oscura. Una tavola calda affollata. Un uomo con un detonatore irrompe proclamando di venire dal futuro.

È la 117° volta che torna con la stessa identica missione. Prima che il tempo scada, deve reclutare un gruppo di clienti del ristorante chiaramente impreparati per fermare l’imminente apocalisse dell’intelligenza artificiale e salvare l’umanità dai pericoli dei social network. Il problema? Tutto sembra essere contro di loro: dagli scettici, passando per gli adolescenti con il cervello fritto, fino a mostri algoritmici fuori controllo. Ma se questo improbabile gruppo ci riuscirà, il mondo potrà avere una possibilità. Oppure no?

La fantasia e l’aspetto visionario di Verbinski si trasforma in una pellicola folle che riesce a mixare perfettamente aspetti resi noti, ad esempio, dalla serie Black Mirror, per quanto riguarda l’alienazione tecnologica e i mondi distopici, con quel pizzico di umorismo brillante che cattura il pubblico. La sceneggiatura riesce a trovare un equilibrio sorprendente tra il caos della narrazione e una riflessione mai banale sul rapporto sempre più morboso tra esseri umani e tecnologia.

Fonte: Jacobin

Dietro l’assurdità delle situazioni, infatti, si cela una critica piuttosto lucida a una società incapace di distinguere la realtà dall’algoritmo, dove l’intelligenza artificiale e i social network diventano strumenti che modellano pensieri, comportamenti e perfino la percezione del libero arbitrio. Il tutto senza mai rinunciare a un ritmo serrato e a un umorismo che alleggerisce costantemente la tensione. Sam Rockwell conferma ancora una volta il suo straordinario talento nel dare vita a personaggi sopra le righe senza renderli caricaturali. Il suo protagonista oscilla continuamente tra il folle e il geniale, trascinando con sé un cast perfettamente affiatato, in cui ogni interprete trova il proprio spazio nonostante la coralità della storia. Verbinski, dal canto suo, torna a dimostrare la sua capacità di costruire immagini eccentriche e sequenze visivamente memorabili, sfruttando una regia dinamica che accompagna la natura imprevedibile del racconto.

Ciò che rende Good Luck, Have Fun, Don’t Die così interessante è proprio la sua volontà di non limitarsi a raccontare un’apocalisse tecnologica, ma di trasformarla in una satira surreale del presente. Più che immaginare un futuro lontano, il film sembra suggerire che quel futuro sia già arrivato, nascosto dietro lo schermo di uno smartphone e alimentato dalla nostra dipendenza digitale.

Una riflessione che non pretende di offrire risposte definitive, ma che riesce a intrattenere e a far sorridere mentre pone domande tutt’altro che leggere.

Laura Maddalozzo