L’eredità più preziosa lasciata da “Spirito del Tempo”: aver restituito, almeno per tre settimane, al cinema la sua funzione originaria di piazza culturale

C’è un modo di fare rassegne che consiste nel mettere insieme una serie di film. E poi ce n’è un altro, più raro, che prova a costruire un discorso. “Spirito del Tempo”, l’iniziativa che fino al 5 luglio anima il Nuovo Cinema Aquila, appartiene senza dubbio alla seconda categoria. Dopo tre settimane di proiezioni, incontri e dibattiti, la manifestazione arriva al suo ultimo atto confermando un’idea precisa: il cinema non è soltanto intrattenimento, ma uno strumento per leggere il presente. Un luogo in cui le immagini dialogano con la cronaca, la politica, l’ambiente, le trasformazioni sociali e le inquietudini tecnologiche che attraversano il nostro tempo.

Non è un caso che il titolo della rassegna richiami il celebre saggio di Edgar Morin, che già negli anni Sessanta individuava nel cinema e nella cultura popolare uno specchio privilegiato delle società contemporanee. Oggi quella riflessione sembra persino più attuale, in un’epoca in cui le immagini scorrono ovunque ma raramente diventano occasione di confronto collettivo. “Spirito del Tempo” prova proprio a recuperare quella dimensione condivisa dell’esperienza cinematografica.

L’ultima settimana del programma raccoglie molti dei fili narrativi sviluppati durante la manifestazione. Si parte con due opere che affrontano il tema della guerra da prospettive molto diverse. Da una parte “I Dannati” di Roberto Minervini, ambientato durante la Guerra Civile americana ma attraversato da interrogativi profondamente contemporanei sul senso della violenza e sulla fragilità dell’individuo. Dall’altra “Disco Boy”, esordio folgorante di Giacomo Abbruzzese, che intreccia migrazione, identità e conflitti internazionali in un racconto visionario capace di muoversi tra realismo e allucinazione. La presenza dello stesso Abbruzzese al termine della proiezione conferma la volontà della rassegna di trasformare ogni appuntamento in un momento di dialogo con il pubblico.

Fonte: Ufficio Stampa

Martedì sarà invece il turno di Lorenzo Pullega con “L’Oro del Reno”, uno dei titoli italiani più interessanti dell’ultima stagione festivaliera. Premiato al Bif&st e presentato al Festival di Rotterdam, il film segue il corso del grande fiume emiliano trasformandolo in un viaggio dentro la memoria dei luoghi e delle persone. Un cinema che osserva il paesaggio senza nostalgia, cercando nelle sue trasformazioni il racconto dell’Italia di oggi.

Il programma cambia tono mercoledì con “Le Avventure del Piccolo Nicolas”. Dietro l’apparente leggerezza dell’animazione si nasconde un omaggio delicato all’immaginazione infantile e all’eredità di René Goscinny e Jean-Jacques Sempé. La scelta di coinvolgere anche il collettivo Civico San Lorenzo nel dibattito successivo dimostra come persino un film per famiglie possa diventare il punto di partenza per riflettere sul ruolo dell’educazione e della fantasia.

Giovedì torna invece il cinema civile con “PIIGS – Ovvero come imparai a preoccuparmi e a combattere l’austerity” di Federico Greco e Mirko Melchiorre. Un documentario che ripercorre le conseguenze delle politiche economiche europee sui Paesi mediterranei e che sarà accompagnato da un confronto tra registi, esperti di economia e rappresentanti del mondo sindacale. Un’impostazione che conferma la vocazione della rassegna: il film come punto di partenza, mai come punto d’arrivo.

C’è poi uno sguardo rivolto al domani. Venerdì il Free Aquila Festival dedica una serata agli autori under 40, offrendo una vetrina a registi emergenti che stanno sperimentando nuovi linguaggi e nuove forme di racconto. È un passaggio significativo, perché ogni riflessione sul presente rischia di diventare sterile se non lascia spazio alle generazioni che dovranno raccontare il futuro.

La chiusura è affidata a due opere molto diverse ma sorprendentemente complementari. “L’agente segreto” offrirà l’occasione per approfondire il rapporto tra cinema e storia, mentre “Johnny Mnemonic”, il cult diretto da Robert Longo e tratto da William Gibson, torna sul grande schermo a trent’anni dall’uscita conservando un’impressionante capacità di anticipare questioni oggi centrali: il controllo dei dati, il potere delle grandi piattaforme, la digitalizzazione della vita quotidiana. Più che fantascienza, ormai quasi cronaca.

In un momento storico in cui si discute spesso della crisi delle sale, iniziative come questa ricordano che il problema non riguarda soltanto il numero degli spettatori. Riguarda soprattutto il significato dell’andare al cinema. Se la visione domestica offre comodità, la sala continua a offrire qualcosa che nessuna piattaforma può replicare: l’esperienza condivisa, il confronto, la possibilità di uscire da una proiezione e continuare a discutere delle immagini appena viste.

Forse è proprio questa l’eredità più preziosa lasciata da “Spirito del Tempo”. Aver restituito, almeno per tre settimane, al cinema la sua funzione originaria di piazza culturale. Un luogo dove non si consumano soltanto film, ma idee.

Alessandro Tartaglia Polcini